Il Progetto WIP

In occasione della partecipazione alla Rassegna "Omaggio a Luchino Visconti", un progetto dell'Associazione Ischia Prospettiva Arte, è nata nel 2006 la serie di dipinti W.I.P. (Work In Progress).

Una ricerca su forma e colore che dapprima ha visto come protagonista la contaminazione tra pittura e cinema, per proseguire poi su una strada di indagine più introspettiva.

Questa ha portato alla realizzazione delle opere presentate a Palazzo Coveri - Firenze - nell'ottobre 2007, durante la mostra personale "La Metafisica dei Colori".

Un'ulteriore evoluzione dei questa ricerca è rappresentata dai lavori realizzati in occasione della mostra collettiva "Bellissima", svoltasi al Maschio Angioino - Napoli - nel febbraio 2008.

Ciò che distingue questi quadri dalla produzione più "classica" di Palumbo è la tecnica: supporti preparati con basi di colore acrilico e smalti, interventi con foglia oro e utilizzo della spatola per una resa del colore più materica, facendo un tuffo nell'arte informale.

Ad oggi la sperimentazione non si è fermata e la produzione di opere che scrutano il rapporto: forma - colore - materia, continua.


























Rosanna Dell'Utri

Le Roccaforti del sogno
Il potere dei sogni. Così meravigliosamente smisurato, il potere dei sogni, da suggerire fiabe all’orecchio omerico di cantori di ogni dove, da sublimare l’essere alla dimensione semi-divina che tutto concede e può. Può creare, vivere di un’intensità millenaria, modellare paesaggi mentali in cui i protagonisti si alternano ma condividono, sempre, un non spazio, in cui l’unico escluso è il reale. E quando a sognare sono i pittori, con la netta volontà di raccontarli i sogni, attraverso linguaggi espressivi che conducano lo sguardo dell’estraneo fin dentro la natura dell’onirico, allora si assiste a un miracolo. Di chi trasforma in segno ciò che per gli altri rimane astratto, di chi dà forma e sfumature al sogno, di chi racconta una favola intrecciata alle pennellate, che ad ogni cambio di colore si gira pagina.
Ciro Palumbo, ovvero il Pittore delle isole. Il Sogno è l’anima della sua favola pittorica, e non esiste alcuna distrazione né fascino per null’altro che non sia Utopia. Ed eccolo il suo sogno, si staglia nitido sulla tela, senza sbavature, come se non esistesse altro che la certezza della sua forma in quella precisa e puntuale visione che è l’isola immortale. Accompagnato dal sussurrio di una musa che suggerisce incanti e sorride meraviglie, Palumbo tesse la trama della sua favola che tutta gira intorno allo scoglio, definendone i contorni e limandone la roccia, inaccessibile e lucida fortezza del sogno. L’artista come un viaggiatore su una nave sospesa che salpa e naviga senza timone alcuno, e l’isola, la meta prima e ultima, come visione in grado di nutrire e riempire occhi cuore e volontà, col suo carico di mistero e ammiccante speranza che chiama a sé. E il sogno si trasforma, perde e acquista segni e diventa isola lontana, zolla di terra calda che accoglie, roccia scoscesa e assurdamente in bilico sull’immobilità dell’acqua, torre dei giochi, torre di Babele. Mai la stessa isola quella di Palumbo, eppure sempre imprescindibilmente la sua. Sulle tele del pittore di Giaveno la favola prosegue lenta e inesorabile, e sulla nuova pagina, l’abbraccio mistico e consolatorio tra roccia e natura diviene metafisica visione di architetture distorte, strutture classicheggianti la cui pienezza inquieta. Il delirio del pittore si sublima in questa ultima fase di produzione in costruzioni lucide e circolari, talvolta metalliche, che sembrano riprodurre un movimento a spirale, movimento di un vortice che attrae e insieme respinge con la sua forza, che alletta e allontana, anche.
L’isola che ci appare è superba, nessun bisogno di acqua a significare l’essenza di quel che si vede, nessun bisogno dell’elemento primo che purifichi in un dipinto in cui tutto è sanguigno, come il cielo spesso di pennellate color porpora, alba e tramonto, principio e fine, e le inquadrature angolari di un occhio allucinato. E nella sua allucinazione, le torri e i Colossei che si schiudono per l’eventuale ingresso o si proteggono e con loro il segreto che custodiscono, diventano scenografie di un teatro sull’acqua, fondali lucidi e rocciosi dietro cui si celano quinte insondate; teatro che accoglie sogni, balocchi e speranze e contemporaneamente li respinge, così come all’isola si arriva con la nave carica di desiderio e aspettative, e dall’isola si va via, stanchi o appagati, ma sempre pronti per un altro viaggio, ennesimo viaggio.
Quelle che tratteggia il pittore delle isole, Palumbo, col suo instancabile tratto preciso e allusivo al tempo in cui nasceva l’epos, sono scene di incantevoli mondi paralleli, possibili inquadrature di realtà mentali il cui fascino forza l’occhio a seguire i percorsi disegnati. Incanto e rifugio, necessaria solitudine, porte di una città magica che ci è permesso solo intravedere e, nella penombra, già fremiamo per l’idillio.
Luca Motolese, in arte Akira Zakamoto.
Arte dai colori brillanti, la sua, su supporti quadrati, sempre della medesima dimensione, e gli elementi ritornano, puntuali, poiché suoi intimamente, come un sogno familiare che ricorre e non sorprende, accogliente nel circolo delle visioni; l’artista sembra trasporre sulla tela il negativo di miraggi notturni, fotografati nell’istante della rivelazione che apre gli occhi, anche nel sonno. Pittura senza filtri, varco nella mente nella piena fase allucinata in cui la visione si manifesta trepidante e vera. E così eccole, le stelle che illuminano, le pietre sospese nel vuoto, astronavi che brillano di scie vivifiche in una dimensione che nulla ha di reale. E in primo piano, con lo sguardo fisso in quello dell’osservatore, volti di angeli mostrano la via del possibile, indicando l’isola dell’eterna beatitudine, il pianeta su cui l’uomo troverà salvezza, sempre viaggiando, personale esodo.
C’è un universo pieno nelle tele dell’artista e dietro le immagini, vivide, una filosofia dell’esistenza che traspare e si manifesta attraverso quadri-racconti ricchi di segni, allusioni, trame che mai si esauriscono alla sola occhiata fugace. Il pittore torinese dal nome orientale imposta la sua pittura, tutta, sul senso di un contatto con un altro mondo, ponte che attraverso la deliziosa ignoranza di bambini-Maestri e di creature angeliche ancora non contaminate, permette all’uomo di atterrare nel non-luogo, dove la bellezza può essere assaporata e colta, in una dimensione priva di condizionamenti. Anche per Zakamoto, come per Palumbo, è Utopia.
Quando due pittori si uniscono nel segno dell’onirico si assiste a un miracolo, dicevamo. Si assiste alla costruzione di un’inespugnabile fortezza del sogno, alla volontà di delineare marcati i confini di un limbo in cui la creazione è condivisa e il passaggio verso il non-luogo è offerto e raccontato. Ed è questa la storia che in una torre a Rivoli verrà narrata a settembre, attraverso l’esposizione di dipinti i cui differenti linguaggi Palumbo-Zakamoto parleranno della stessa visione altra. La Torre della Filanda, dal 23 settembre al 1 ottobre diviene infatti luogo sacro in cui dipinti e realtà indefinibili, al limite tra arte visiva e uditiva, coinvolgeranno il pubblico in un viaggio percettivo dalle sfumature sonore e tattili. Dove gli angeli di Zakamoto vivranno, sorridenti, tra le rocce delle isole di Palumbo, nelle intoccabili Roccaforti del sogno.

La metafisica dei colori di Ciro Palumbo
Quaranta opere, quaranta dipinti dell’artista Ciro Palumbo per continuare il viaggio lungo i microcosmi sospesi, isole cromatiche che richiamano l’occhio e lo trascinano nel labirinto simbolico delle tinte. Tutto è colore sulle tele del pittore, ogni immagine dipinta a olio o a tecniche miste racconta una storia che si nutre di segni e simboli, di tratti netti e insieme sfumature che si perdono nell’inconscio e sollevano interrogativi, veicolati dall’uso di accostamenti cromatici che ritornano come suggestiva cifra pittorica.
A partire dal 10 ottobre 2007, la galleria di Palazzo Coveri, a Firenze, diventa alcova artistica, luogo di passaggio dal reale al magico in cui si celebra la funzione mistica del colore, anello di congiunzione tra terra e cielo.
Di fronte alle tele di Palumbo, si assiste alla nascita cosmica di tinte che conservano il significato primigenio e insieme lo arricchiscono di aspetti personali, affondando l’essere nella storia dell’uomo prima ancora che in quella del pittore.
Così prendono piena forma drappeggi cieli giochi, a svelare incontri di pennellate che risvegliano dinamiche emozionali, a rivelare più di tutto l’identità nascosta di un Giano bifronte in cui agli aspetti esteriori corrisponde un’interiorità univoca. Rosso e Blu, nelle loro infinite sfumature, divengono protagonisti indiscussi, archetipi opposti che avvicinati vivono in un accostamento in grado di risolvere l’apparente dualismo: il colore della forza primordiale all’origine di ogni cosmogonia, principio vitale della psiche ed eroica potenza, sangue e satana, vita e morte, urla accanto al suo polo opposto, il Blu, meditativa tinta del divino, quiete ed armonia, e all’estremo, regressione e mesta chiusura.
E il risultato è un rapimento, un senso di profondo e ripetuto struggimento nostalgico di fronte allo slancio verso l’eterno che accarezza le tele di Palumbo e gli occhi degli uomini dipinti, creature mitologiche e accese di passione e delicata riluttanza.
Quaranta dipinti, a Firenze, nei quali il colore sostituisce il linguaggio nella sua patria, per un artista che sublima la percezione cromatica in esperienza interiore.

La Nave della Speranza
Comincia da Giaveno il lungo viaggio verso il mare del pittore Ciro Palumbo.
E quando lo raggiunge, il mare, il pittore delle isole non torna più indietro. Sceglie acqua salvifica per colmare i sensi, inondarli, e ripropone, studiando e scomponendo, ossessioni metafisiche, deliri utopici, in cui è forte l’omaggio al mito greco e si colgono, sempre nuove, le atmosfere dei De Chirico, Savinio, Magritte.
Un racconto velato quello del pittore, perché l’occhio subito intuisce che gli elementi sulla tela non sono casuali, ma ritornano, si inseguono, e nella loro ricorrenza assumono un significato che naturalmente si sublima in favola. Così il riferimento alla metafisica assume piena espressione nel racconto onirico costellato di isole improbabili, architetture distorte, esasperate, assemblaggi di giochi dagli accesi colori; e la matrice personale di Palumbo riveste e lega in veste nuova le immagini mentali donando loro un’identità, una storia che di quadro in quadro si arricchisce e strega con la continuità del C’era una volta. Così nella favola pittorica che è cominciata ma non conosce tempo, in una trama che vibra dietro le pennellate, appare la Nave della speranza, protagonista e sorella dell’altra narrata nel prezioso “Racconto dell’isola sconosciuta di José Saramago. E adesso sembra di vederla quella barca, tradottasi magicamente dalla pagina scritta sulla tela, alla perenne ricerca di un’isola sconosciuta che è insieme mistero e sogno, miracolo nato da tempo immemore e insieme subitanea visione di occhi assetati. Lucente di un’aura magica si libra in volo contro ogni legge di ragione e gravità, colma del carico eccezionale dei balocchi che porgono ulteriore omaggio all’onirico, alla dimensione fantastica e priva di filtri adulti in cui ci culla il pittore-aedo. Innumerevoli vele e palloni aerostatici catturano aria: la Nave della speranza vuole volare, deve necessariamente volare, gonfia di un vento impetuoso che sconvolge e permette, dietro tende che si sollevano d’incanto, di scorgere l’infinito cui anela. Fin dove l’occhio si spinge, non esiste orizzonte privo di isola. Stessa isola o diversa isola, spiata e intravista da angoli opposti; ma è sempre Lisolaimmortale il cuore del dipinto che pulsa potente sulla tela, in quell’incontro surreale tra natura ebbra di vento, e roccia immobile come un monito, incontro che riempie. Poiché, se non nella storia di Saramago, nei dipinti di Palumbo “l’uomo che voleva una barca” quell’isola la vede, la assapora e vi approda, superando per gradi, di tela in tela, la distanza emozionale che allontana il reale dal sogno, che protegge il cuore dallo schianto di fronte al raggiungimento dell’utopia. Così nelle sue tele il pittore la avvicina, Lisolaimmortale, la studia, ci gira intorno, approfondendone angolazioni e cavità, scorgendovi scogli improbabili o Colossei scolpiti in una roccia lucida, in cui conquista il gioco di colore e la struttura che si scompone, crolla in pezzi. In un climax di pathos, la visione sulle tele si esaspera in forme monumentali inquietanti, il cui cupo silenzio è rotto dal movimento di una natura che riscalda l’immagine; cieli e cipressi vivi di passione sembrano voler riconquistare uno spazio sterile, oppure arretrano o lottano, mentre la nave che ha già speso il suo tempo si allontana da quell’isola incupita, smaniosa di un nuovo viaggio, nuovo entusiasmante viaggio. Come il suo Icaro senza ali ma con un’isola per cappello, Palumbo sogna e scompone il sogno, mescola tecnica e concetto, vola e riatterra nel suo atelier di montagna, riempiendo dipinti e occhi di un mare segreto. Che si scopre e ammira nel nuovo show-room sotto la stanza in cui nascono le idee, dove guidati dall’artista si viaggia sulla nave e ci si appropria dei balocchi, ci si sprofonda, da farli cadere. Non solo a Giaveno, il dialogo continuo con il pittore si perpetua e arricchisce sul sito, dove convivono vecchie e nuove isole nell’evoluzione magica e instancabile che appartiene a quest’uomo che ancora ama sognare.

Andrea Diprè

Il mistero scolpito
Le sculture di Ciro Palumbo non solo riescono a contenere in sé una immagine innica e purissima dell’esistenza, ma, ecco, sulle ali delle loro fascinazioni favolose e sognanti, propongono, di bel nuovo, il moto più arcano e sacro dell’esistere; quello proprio alle cellule più tenere e mute; quello proprio al sangue più sacrificale e ardito. Non basta loro restare lì, fiori di una bellezza che non ha riscontri e soprattutto rapporti con nulla di quanto oggi l’arte ci mostra; esse dichiarano di volerci ancora parlare.
Certo, Palumbo è indubbiamente un sognatore, un esploratore marziano.
I suoi viaggi e le sue isole appartengono più agli Dei, o al Mito, che al destino degli uomini. E come tutti i sognatori e gli aristocratici agrimensori extraterrestri egli è pavido del risveglio in una troppo palese, troppo amara, troppo nota realtà. Ma è altrettanto certo che Palumbo sa al momento opportuno determinarsi, e padroneggiare perfettamente le immagini sognate. La sua scultura nasce adulta e agguerrita, senza incertezze, dominata dalla quasi prometeica volontà di afferrare l’inesprimibile. Il mistero scolpito nella grana di un richiamo che sibila silenzio visibile trasferendo l’ombra dentro un teatro di nostalgia. Risonanze di vibrazioni sulla chimica del tempo, la bellezza prende corpo nel richiamo di un sosia spettrale più antico. Un luogo impenetrabile come la spoglia cella di un tempio è la camera oscura di arcane apparizioni di volumi d’ombra. Nell’opera scultorea di Palumbo, un mare di irrealtà attendono i relitti preziosi di un naufragio lontano nel tempo. La risacca ci regala frammenti di passato ineludibile. Archeologia immaginata, quella del formidabile artista piemontese, trasformata in speleologia degli anfratti del corpo umano. Il suo ricorso allusivo a un passato che ritorna lo porta a contemplare una bellezza che non sfiorisce, è come una muta, una pelle abbandonata, che non sboccia, è sbucciata, come l’ennesima reincarnazione del tempo. La modernità “classica” di Ciro Palumbo viene, dunque, da lontano, dai primordi, o dagli archetipi; ed è lui, anzi, il responsabile di un’idea fondamentale, quella secondo la quale il Moderno non può che avere un cuore antico, non può che rilanciare nel futuro più vicino le istanze del passato più remoto. L’idea, ancora umanistica, che ha guidato gran parte del XX secolo, secondo la quale il destino dell’uomo può essere felice solo se si accorda con i principi assoluti che indirizzano, da sempre, i suoi desideri e la sua ricerca di verità. Non c’è civiltà che non abbia innalzato i propri totem, e se la nostra non saprà farlo con la qualità e l’altezza dovute, quello sarà il primo segno del suo fallimento. Ecco il messaggio anticipatore trasmessoci da un artista, Ciro Palumbo, che vive nell’eternità, per rispondere alle domande di un tempo senza ormeggi e forse senza grandezza.

Morte a Venezia, una scoperta per l'anima
Ciro Palumbo come Luchino Visconti. Anch’egli, infatti, come il grande regista, è riuscito a varcare la soglia delle sensazioni e degli stati d'animo del protagonista Gustav Aschenbach che riflettono i grandi e misteriosi temi dell'esistenza: passioni che si intrecciano, si contrappongono, si annientano a vicenda.
Guardando le opere dell’attento ed evocativo artista di Giaveno si capisce tutto. Sul vecchio compositore Aschenbach aleggiano morte e tristezza. Tristezza, perchè avverte il proprio decadimento fisico e spirituale e morte perchè conosce la verità sulla terribile pestilenza che affligge Venezia. A lui si contrappone il personaggio di Tadzio, che rappresenta in un certo senso il suo opposto: la bellezza asessuata naturale e assoluta che con forza si impone su tutto. Il musicista, ossessionato dal dissidio tra arte e vita si innamora del giovane che incarna la perfezione e per questo non dice alla famiglia polacca di lui del pericolo imminente che li sovrasta, per non privare se stesso della visione di Tadzio, unica capace di sconfiggere malattia e morte. Le opere di Ciro Palumbo, artista abituato a smentire il tempo attraverso le sue presenze rituali, solenni, sottolineano la turpe maledizione della natura, confermando che l’identificazione del vecchio con il suo efebico sosia è già avvenuta, nella sede metatemporale del rapporto tra l’artista e il suo modello: «la dedizione commossa di colui che, sacrificandosi, crea nello spirito il bello, verso chi la bellezza possiede, gli invase, gli intenerì il cuore». Per Palumbo, dunque, l’evento non conosce dimensioni, si autodistrugge. E questa sua circolarità, questa autonomia, alludono esotericamente al dominio iniziatici dell’arte, di cui la morte è antitesi, e simultaneamente, figura. Tadzio, lo psicagogo che conduce all’Ade, rappresenta la vita stessa.
Ma la vita come ipotesi di continuità ideale, non certo di dissipazione terrena. L’accenno al rapporto omosessuale, recepito dalla sfera platonica, risponde infatti alla necessità di sottrarre la bellezza ad ogni servitù biologica. Thomas Mann, che apprezzava Nietzsche e Schopenhauer, trovava in Goethe la sua vera aspirazione e come quest’ultimo tentava di armonizzare i dilemmi di vita e morte, bello e brutto, forza della natura e forza dell’arte ma anche dignità borghese e trionfo degli istinti. Proprio questa ricerca di “armonico contrasto” tra temi violentamente opposti è la vera protagonista delle opere a tema di Palumbo che di Mann, come accadde con Visconti, ne ha percepito l’essenza.

Da dove vengono i miei sogni
Da dove vengono i miei sogni?
E’ la domanda che inesorabile emerge alla coscienza di ogni artista, attanagliato dalla deliziosa ossessione della propria ispirazione.
Da dove viene il soave bombardamento di visioni, suoni, profumi, che attraversano la mia anima? Qual’è il segreto dell’irresistibile forza dell’immateriale che, incurante di ogni attinenza col mondo sensibile, mi rapisce in un folle volo e mi conduce, inibendo ogni più sensata resistenza, in un non – luogo, in un non – tempo, che io sento essere così sincero e così intenso da sembrarmi assai più vero del reale? Da dove vengono i miei sogni, così potenti che mi persuadono a seguirli tralasciando ogni altra attività, e a scoprire con la fiducia di chi si abbandona ad occhi chiusi, luoghi e tempi fantastici, in cui le leggi del reale sono cancellate, in cui convivono passato e futuro, memoria e speranza,
passione ed ironia? Questo sogno è nell’utopia, nel senso greco di ou topoÚ, ciò che non è in alcun luogo, come già avevano teorizzato Platone e poi Tommaso Moro, è uno sconfinato altrove che non esiste, ma che è ovunque, sfuggente per chiunque ne cerchi la forma, e splendente per chi si lascia prendere. Il sogno è come un’isola, separata ovunque dal mare, e perciò non contaminata da tutto ciò che non le appartiene, un’isola che vive una sua propria vita e che compie un suo proprio viaggio, incanto e rifugio per gli uomini, come Delo, l’isola errante dove, secondo il mito, Latona trovò riparo dalle persecuzioni di Era e riuscì a dare alla luce Apollo.
Il sogno è un’isola che ci seduce come il canto delle sirene, che ci invita a partenze e sbarchi, che alimenta speranze, come l’isola dei Feaci, e nostalgie, come Itaca.
“Da dove vengono i miei sogni” è il titolo di una delle più suggestive opere di Ciro Palumbo, pittore quarantenne che vive e lavora nei pressi di Torino. In quest’opera l’artista sembra rispondere, a suo modo, a quest’affascinante interrogativo. Nel dipinto, da una grande tela bianca sbuca una nave carica di oggetti bizzarri e colorati, che entra nel mare ma non lo solca, semplicemente vola verso un paesaggio marino dove tra acqua e cielo si intravede un’isola verde. La tela bianca, sembra dire Palumbo, è la mia porta per il sogno, le mie colonne d’Ercole oltrepassate le quali mi tuffo nel mondo immenso ed immaginifico del sogno, il mondo che con la sua unicità e la sua inafferrabilità è la ragione vivente del mio essere artista poiché mi permette di esplorare e di comunicare i meravigliosi voli della fantasia.
Ciò che sta oltre la tela bianca sintetizza molte delle icone e delle tematiche care a Palumbo: al di là della superficie bianca vi è un paesaggio surreale in cui uno scenario naturale composto da onde increspate, turbinosi cieli, seriosi cipressi su isole, fa da sfondo ad una barca, passaporto verso l’avventura, piena di giochi, simboli, enigmi, sorprese, ironia. C’è una forte dimensione simbolista nelle opere del pittore: la barca, l’isola, i giochi, non sono altro che segni di un’avventura umana ed artistica, che porta il pittore, un contemporaneo Ulisse, all’esplorazione di un mondo immaginario, che prende vita nel momento stesso della sua stesura sulla tela.
Ed è una vita intensa, quella che emana dai sogni pittorici di Ciro Palumbo, intrisa di contrasti che imprimono alle sue composizioni un’alta tensione emotiva.
Tipico ad esempio è l’accostamento tra gli elementi naturali, colti in impetuosi movimenti, ed il nitore geometrico con cui sono raffigurati gli oggetti, tra la ricchezza di sfumature e luminescenze che caratterizza la pennellata dell’acqua, dell’aria, delle foglie, e la purezza e la compattezza dei colori di barche, giochi o libri. E’ una pennellata, quella di Palumbo, che sa descrivere fino all’iperrealismo i protagonisti delle sue visioni: eppure, proprio la maniacale cura del dettaglio, ne esalta l’irrealtà, la dimensione astratta ed onirica. La chiarezza delle linee, gli originali tagli prospettici, l’assenza di protagonisti umani e la raffigurazione degli spazi vuoti, riecheggiano inevitabilmente la pittura metafisica, ma Palumbo reinterpreta la lezione di De Chirico e di Savinio, collocando le sue pitture in uno scenario mediterraneo, quasi un inconscio richiamo alle sue origini partenopee, e conferisce al distacco e all’essenzialità delle scenografie metafisiche una seducente allegria, una vivacità che sprizza dai colori accesi e dai vortici dei movimenti. Si crea poi nei dipinti di Palumbo un’enfasi tutta particolare intorno ad alcuni specifici oggetti, collocati in primo piano nelle composizioni, e valorizzati dalla lontananza e dalla piccolezza di tutto il resto: per esempio, la punta della barca in “Da dove vengono i miei sogni”, che si dirige verso l’osservatore sospesa tra i flutti.
La presentazione degli oggetti in primo piano è come una solenne offerta, sacra ed ironica nello stesso tempo, che impone un’osservazione, alla stregua di quanto accade per gli oggetti reclamizzati nelle pubblicità, intorno ai quali i disegnatori sanno creare un clima di tale meraviglia e seduzione che l’attenzione del destinatario non può che essere irrimediabilmente catturata. Del resto è probabile che tracce del linguaggio pubblicitario siano state assorbite dallo stile di Palumbo che ha operato in questo settore prima di abbracciare definitivamente la sua vocazione pittorica.
L’universo onirico di Palumbo si esprime in un vero e proprio arcipelago di isole favolose (solo per fare alcuni esempi tratti dalla sua imponente produzione: “Il volo dell’isola”, “L’altra isola”, “L’isola volante”, “Non è l’ultimo viaggio”, “L’isola dentro”, “Le isole ci seducono”, “La grande isola”, “La nostra isola magica,” “Il silenzio dell’isola”, “L’isola utopica”, “La nostra isola”, “Un veliero sull’isola dei sogni”, “L’isola dell’amore”, “Il volo di un sogno”), che danzano, volano, si inabissano, e tramandano storie di avventure, di addii, di speranze, di ritorni, di cui il pittore si fa aedo.
Egli per primo si dichiara prigioniero dei suoi sogni (“Mi hai preso l’anima”, “La magia prigioniera”), ingabbiando in cubi trasparenti le sfere delle emozioni e dell’immaginazione, e con la stessa forza ammaliatrice dei suoi sogni inebria l’osservatore trasportandolo nel suo “magico altrove”.
La vitalità delle sue isole misura tutta la distanza di Palumbo dalla celebre “Isola dei morti” di Boecklin; il richiamo più evidente è con “Al centro dell’isola”, in cui l’architettura a semicerchio delle rocce del quadro di Palumbo ripropone la stessa cornice avvolgente del celebre quadro del pittore simbolista. Ma l’atmosfera creata da Palumbo non ha niente del clima spettrale ed inquietante che affascinava il pittore svizzero. Al centro delle isole di Palumbo c’è vita, allegria, spensieratezza.
Le isole sono “microcosmi” in grado di superare non solo lo spazio, ma anche il tempo terrestre: esse sono immortali, come i sogni, e come per magia emergono dalle acque arcate di antichi teatri, atlantidi sommerse cariche di fascino e di mistero (“L’isola immortale”).
Talvolta l’intento programmatico e narrativo si fa ancora più esplicito, come quando il pittore scrive sulla tela alcune frasi, ad esempio “Itaca tieni sempre a mente, ma non precipitare il tuo viaggio”, in cui sembra voler affermare la forza della nostalgia e del desiderio ma nello stesso tempo il piacere di indugiare nell’avventura del viaggio, quasi un “dolce naufragio” di leopardiana memoria.
L’amore di Palumbo per la classicità è evidente, così come il suo riferimento costante ai suoi miti ed archetipi: Itaca, gli Argonauti, Venere sono soggetti dichiarati di alcuni suoi quadri, così come, in altri, c’è un chiaro riferimento ai valori del coraggio, degli uomini navigatori e guerrieri, della raffinatezza poetica, dell’amore.
Ancora più sottile è il riferimento alla condizione dell’uomo come incapace con le sue sole risorse di decodificare ciò che lo circonda, e perciò avvolto da un mondo che
gli appare come insondabile, carico di mistero (“L’uomo del mistero”, “Stanze misteriose”); di qui l’evidenza degli enigmi che popolano la realtà, enigmi ai quali Palumbo sembra alludere con le sue caratteristiche combinazioni di oggetti colorati, che accompagnano sempre i viaggi attraverso le barche e le isole; al pari di codici segreti con cui, come un oracolo, è possibile squarciare il velo dell’impenetrabile. Ma l’amore per la classicità non si traduce mai in rimpianto per un passato ormai concluso o in un calco di modelli di una bellezza insuperata e sacra. I miti e gli archetipi della classicità sono i simboli di quel mondo onirico che è sempre presente nell’uomo e che pertanto rivive in ciascuno nello stesso modo e con la stessa forza, immune al passare dei secoli.
Il passato rivive, proustianamente, nell’esperienza di ognuno e, nell’attimo stesso in cui fanno la loro comparsa antiche scenografie fatte di capitelli, arcate, palcoscenici, compaiono gli antichi personaggi,
eroi, dei, guerrieri, amanti, nelle uniche sembianze realistiche in cui noi contemporanei possiamo pensarli, cioè quelle delle statue umane che loro stessi forgiavano; ebbene, le statue classiche di Palumbo, raffinato esempio di meta – arte, di arte nell’arte, dipinte con una maestria plastica degna di chi ha assorbito in profondità la lezione del figurativo, sono maschere teatrali di drammi in atto. Sono drammi di guerre, di amori impossibili, di lacerazioni interiori, come se le statue fossero i primi attori di film su antiche leggende, immortalati nel momento stesso in cui rappresentano gli eventi. Per questo, le statue di Palumbo sono cariche di un’espressività e di una tensione emotiva che le rende assai diverse, per esempio, dai protagonisti dei quadri del maestro della metafisica De Chirico, esasperando l’umanizzazione al punto da far creare un forte processo identificativo nell’osservatore. Emblematico è tutto il pathos che traspira dal tragico abbraccio tra Ettore ed Andromaca alle porte Scee.
E proprio come in un film, che racconta una produzione fantastica dell’autore, “può succedere di tutto”, accade, nei dipinti di Palumbo che il pathos più estremo viva insieme all’ironia ludica rappresentata dai giocattoli, così come lo sguardo verso la memoria ed il passato conviva con l’illusione di un nuovo sogno, di una nuova speranza. Nelle meravigliose isole di Palumbo esiste ancora il tempo di giocare, di raccontare delle fiabe, e di vivere avventure in cui i nessi logici di causa – effetto lasciano spazio alle libere associazioni mentali e alla sdrammatizzazione che si affaccia ingenua alla nostra fantasia, fin dalla più tenera età, ad esorcizzare la paura dell’ignoto.
Come ad Utopia (il luogo “non – luogo” descritto da Tommaso Moro), nelle isole di Palumbo non si lavora tutta la giornata, ma una buona parte del tempo è dedicata allo svago e al divertimento, e, ad arricchire il cast di presenze fantastiche che animano di sogni di Palumbo, troviamo addirittura barchette di carta, Pinocchio e Peter Pan. Le isole come oasi di beatitudine, illusioni di felicità che trascendono la realtà contingente e che assumono una loro definita identità nella dimensione onirica.
Accanto a Ciro Palumbo, vi è un altro artista per il quale la coscienza catartica del sogno è così chiara da indurlo ad affermare con vigore la verità ed il potere dei sogni: Luca Motolese, in arte Akira Zakamoto, che disegna un mondo in cui astronavi e simboli stellari ci conducono verso pianeti lontani, isole astrali che avvolgono noi abitanti terrestri di luce e di speranza.
Come per Palumbo, tramite per i sogni è l’infanzia: nel pittore torinese richiamata simbolicamente attraverso i giochi, in Zakamoto eletta ad esplicita protagonista delle sue opere come ponte verso un mondo “altrove”. I bambini trionfano nelle opere pittoriche e nei video di Zakamoto: c’è l’innocente ironia, certo, che accompagna la meraviglia di ogni loro piccola scoperta, ma c’è, affermata con assoluta chiarezza, la carica spirituale, il potere trascendente della mente nello stadio infantile, evidente nei fanciullii raffigurati mentre puntano con l’indice in direzione delle stelle, oppure mentre guardano verso l’alto, stabilendo un contatto tutto interiore con le forze celesti. Il bambino di Zakamoto è il “piccolo principe” dell’universo, un angelo dal saggio sorriso che ci lascia guardare il mondo attraverso i suoi occhi grandi e incantati, come nei cartoni animati; occhi fatti solo di purezza e di amore, colpiti dai colori contrastanti (gialli luminosi, rossi smaltati, oppure sbiadite visioni in bianco e nero) e da esaltanti traiettorie, ponti di luce che legano il cielo con la terra.
Non ci sono enigmi per i bambini di Zakamoto, nessun trabocchetto della ragione. Tutto per loro è chiaro e lampante: la storia che ci raccontano è ancora una volta, come nei dipinti di Palumbo, una fiaba, caratterizzata da un rigenerante lieto fine. I bambini ci esclamano (a volte sventolando una bandiera) che esistono delle isole di beatitudine, basta avere occhi per vedere, e saremo rapiti su lontani pianeti su cui trovare rifugio e da cui guardare la terra con occhi diversi.
Nella cultura atzeca, nella quale gli studiosi hanno rinvenuto parecchie tracce di archeologia spaziale, c’è un canto molto suggestivo che esprime tutto lo straniamento di chi osserva la terra come da lontano, come provenendo da altri mondi. Questo canto recita “Si vive forse veramente sulla Terra?/ Non per sempre, soltanto per poco!/ Venimmo solo per dormire,/ solo per sognare./ Non è vero, non è vero/ che venimmo per vivere sulla Terra!/ Ma che cosa può fare il mio cuore, se invano/ venimmo per vivere sulla Terra,/ invano a fiorire?/ Dov’è, o mio cuore, il luogo della vita?/ Dov’è la mia vera casa?/ Dov’è la mia vera dimora?/ Io soffro, qui sulla Terra!/”.
La strada per la salvezza è un sentiero lastricato di stelle, che minuscoli “pollicini” sanno seguire per condurre interi popoli verso l’esodo della speranza.
Molte sono le tracce nella storia della pittura di oggetti volanti, e dell’estrema curiosità che essi hanno da sempre suscitato negli osservatori. Il più famoso è forse l’”oggetto non identificato” nella parte in alto a destra della “Madonna con Bambino e San Giovannino” di Sebastiano Mainardi, nella Sala di Ercole dentro Palazzo della Signoria a Firenze. Ma è abbastanza comune la rappresentazione di oggetti sospesi in aria, specialmente nella storia dell’iconografia della “Natività”. La pittura di Zakamoto si pone in questa scia di pittura “astrale”, qualunque sia il significato, realistico o figurale, che agli oggetti volanti si intenda dare. E’ un’arte che attraverso il sogno ci porta “altrove”, ma le astronavi di Zakamoto non ci guidano verso un mondo al di là del tempo e dello spazio, come le navi volanti di Palumbo. Zakamoto ci indica la via verso altri mondi esistenti ed annuncia che in un futuro, seguendo le orme dei bambini angeli, approderemo finalmente nelle isole dei beati, dove troveremo, nella pienezza dello spirito, una stato superiore della coscienza. Non isole che sbucano dalla magia delle tele di Palumbo, ma pianeti reali, che interagiscono con noi, mirandoci ed accogliendoci in fasci di luce. Mentre Palumbo fa rivivere un antico passato in una dimensione teatrale e gioca nel sogno artistico con ciò che della realtà conosce ed ama, Zakamoto ha lo sguardo rivolto verso il futuro, e ci porta alla scoperta di mondi ignoti e lontani. I nostri occhi rimangono appesi alle loro isole erranti e pianeti viaggianti, e non possono fare a meno di seguirne le evoluzioni e le promesse, utopie o profezie che siano, mentre noi, sedotti ed attoniti, continuiamo a domandarci “Dove mi portano i miei sogni?”, “Da dove vengono i miei sogni?”.

Angelo Mistrangelo

MALUM GRANATUM
Mostra personale di Cherasco (Cuneo)
"E' la melagrana profumata un cielo cristallizzato."
Federico Garcia Lorca

I momenti, le sensazioni, i luoghi della pittura di Ciro Palumbo si identificano e si misurano con gli aspetti della cultura figurativa del passato, con la profondità dei neri caravaggesca memoria, con un realismo rinascinamentale, con il mistero della luce che "scopre" scodelle, libri, paesaggi della memoria, cesti di frutta, finestre aperte su una natura rivisitata. Il suo discorso appartiene, quindi, all'area degli artisti legati all'immagine, alla intensa definizione di un oggetto o di uno spazio altamente evocativo, a una ricerca che si sviluppa lentamente secondo interiori rivelazioni.

Un dipingere che, di volta in volta, trova le motivazioni per "fissare" un percorso fatto di antiche seduzioni, di percezioni che emergono da una meditata grafia che si traduce in cieli percorsi da nuvole di vento, in un dire sottilmente malinconico, in un universo di magiche atmosfere. In particolare, Palumbo tende a un colore dalle impercettibili vibrazioni, a una rattenuta passionalità, a una compostezza che regola ogni pennellata, ogni scorcio d'ambiente, ogni natura morta. Nato a Zurigo, Pubblicitario, attento ai valori di una pittura limpidamente definita, Palumbo appare estremamente consapevole del ruolo del pittore nella società attuale. Un artista che accanto ai suoi tipici soggetti ha ora realizzato una serie di tavole caratterizzate dalla ricorrente presenza del melograno. E il frutto originario della persia, diviene simbolo di una rappresentazione "in divenire", di una sospesa raffigurazione, di segnali che "cattturano l'immaginario", dove "i suoi toni caldi, le sue atmosfere familiari si contrappongono e si fondono con il cielo animato e agitato quasi a voler sottolineare una doppia anima che tra la passionalità mediterranea e la compostezza nordica, trova il suo equilibrio apparente".

Il melograno è, perciò, per Palumbo, motivo esisenziale e chiave di lettura del suo mondo, suggestione di lontane latitudini e ritrovate passionalità nell'accensione dei rossi, nelle forme che appaiono nel vano delle finestre, nel senso di solitudine che si avverte osservando i quadri permeati da un immanente e, talora, inquietante silenzio.

Pier Francesco Listri

LE NUTRIENTI E LIETE FAVOLE METAFISICHE DI CIRO PALUMBO

Un eccellente critico e amico Tommaso Paloscia, aveva il compito di stendere il saggio critico per questo catalogo di Ciro Palumbo. La recente scomparsa ha impedito a Paloscia di concludere il testo che aveva iniziato. Con vera commozione presentiamo qui quanto, con modo illuminante come sempre, aveva appena scritto.

P.F.L.

Se ogni quadro è un messaggio, quelli di Ciro Palumbo, - italiano nato a Zurigo, formatosi nell’ambiente nordico, oggi ancora giovane, giacchè appena quarantenne, già esperto pubblicitario e grafico, e nonostante le sue molte personali rassegne oggi per la prima volta proposto a Ischia – di messaggi e di ingredienti tematici e pittorici, ne contengono davvero parecchi. Soprattutto si staccano dal panorama corrente dell’arte italiana per accamparsi con una indiscussa personale originalità.

Guardiamo le sue tele: quasi tutti interni, ma che danno per finestre e pertugi su esterni inquieti; il mondo contenuto in curiose scatole, ma poi aperto sulla natura e sul paesaggio; cieli e lune, bruni e mai solari, anzi con refoli di tempesta; piramidi e sfere qua e là con calcolata accidentalità situati; alberi trasferiti in luoghi chiusi; barche e lune; un silenzio e un’atmosfera che si percepiscono al primo sguardo; la radicale e totale assenza della figura (cose e luoghi dove è rimasto ancora però il colore e l’impronta delle presenze): il tutto in una pittura precisa, perfino lenticolare, lieta della sfarzosa vivacità dei suoi colori purissimi, ricca di muri, di drappi, di onde. Un teatrino ilare e allusivo, di infinita suggestione che promana per dir così un che di favola e di ritrovata soffitta di mai perduti oggetti.

Questa, se la pittura si potesse descrivere e raccontare (ma non si può) è la scena che Ciro Palumbo ci propone. Da dove deriva tanta fantasiosa inventiva, tanto ilare e ambiguo bisogno di raccontare storie senza figure?

Se vogliamo, come suole farsi negli onesti quadri critici di un artista, cogliere influenze e derivazioni per situare anche storicamente e accademicamente un pittore lungo le stagioni e nel suo tempo, si può dire che per gradi diversi di importanza la derivazione è almeno triplice: in senso puramente tecnico è una derivazione in parte ripresa dall’arte del pubblicitario, in parte dall’arte del cinema. Ma per venire alla derivazione più decisiva e profonda, essa si rifà a grandi stagioni dell’Europa pittorica novecentesca avanguardista e soprattutto a quell’italianissimo nuovo partito della pittura che è la Metafisica, che più tardi si scioglierà nel liquido e onirico surrealismo. Provetto pubblicitario, agli inizi della sua ancor giovane carriera e prima di dedicarsi totalmente, con un deciso salto di qualità alla pittura, Ciro Palumbo ha messo nel carniere delle sue abilità, tutto quanto la percezione visiva pubblicitaria – che è oggi di altissimo livello e che non di rado raggiunge una sintesi espressiva non lontana dall’arte – sa creare e suscitare: la regale presenza degli oggetti, la loro presentazione insieme ilare e solenne, lo spiazzamento acuto che sa generare nel teatro delle emozioni individuali e collettive; infine l’accattivante gradevolezza della scena complessiva che deve trasferire il consumatore nel regno delle illusioni possibili. Tutto questo, checchè ne dica l’arcigna etica degli intellettuali, è una nuova e conquistata dimensione espressiva a cui l’occhio contemporaneo si è abituato grazie all’esercizio quotidiano della percezione visiva dei manifesti, della televisione, del cinema e di ogni altro mezzo di comunicazione.

Nei dipinti di Palumbo v’è anche un influsso dell’ultima e più moderna forma d’arte: il cinema. Si rivela soprattutto nei tagli della composizione, negli assemblaggi di altissima qualità scenografica, nella capacità di determinare con pochi elementi un ambiente insieme inedito e sorprendente, e infine nella visione del punto prospettico che in Palumbo ha talora impercettibili ma decisivi spostamenti.

Quanto detto finora fa parte di un puro, sebbene decisivo, trovarobato del mestiere, che tuttavia non è da deplorare o ignorare, ma che non dice né spiega il salto radicale e decisivo fra l’impegno del comunicare emozioni con fini secondi e invece il libero dono della creazione dell’arte, qual’è la pittura migliore dello stesso Palumbo. Conviene dunque soffermarsi sulla più radicale delle derivazioni: quella visiva e percettiva che viene dai grandi antecedenti artistici osservati come nutriente sostanza, ma mai imitati dal nostro artista.

Qui cade per forza, e ogni critico di Palumbo lo sostiene, la lunga meditazione sulla pittura storicamente definita metafisica. Essa nacque, ben si sa, verso il secondo decennio del Novecento ed ebbe nome e sostanza soprattutto dal geniale talento di Giorgio De Chirico salvo poi per un non lungo periodo – ma con persistenze tuttora vive – esser condivisa da artisti come Alberto Savinio, Giorgio Moranti, Carlo Carrà, Filippo De Pisis. Genialmente De Chirico intuì che esisteva un territorio esplorabile dall’artista che non coincide con quello della comune esperienza, non è contenibile nei confini della realtà fenomenologia ma si sostanzia di una vitalità magica, si carica di enigmi, si colloca in una dimensione in cui il sogno è suggeritore di inedite ed inquietanti simbologie. Caratteri che più tardi saranno sviluppati dalle correnti surrealiste. Caratteri anche che ponendosi in polemica con la normale percezione del visivo condivisa dagli artisti precedenti, possiedono una carica di ironia, e forse di scetticismo che peraltro nulla tolgono alla sua straordinaria capacità evocativa.

Eccoci dunque all’odierna pittura di Palumbo, la quale non manca anche nella molteplicità delle sue suggestioni, di una forte intenzione ludica, cioè di creare, con la sua vertiginosa capacità combinatoria, anche un’atmosfera di gioco e di allegra e ilare vacanza (e insieme impegno) da parte della mente di chi contempla.

Si è parlato per la pittura di Palumbo di forti persistenze simboliche, ricorrendo ad alcuni stemmi dell’araldica palumbiana come per esempio l’insistita presenza del melograno. Francamente non ci sembra condivisibile questa presunta densità simbolica. Convinti invece che alla scuola del suo maestro napoletano Nunziante grazie alla quale risaliva per li rami a Savinio e De Chirico, Palumbo abbia derivato quel senso che lui stesso definisce di “aroma metafisico” e di “profumo” (dunque una volatilità quasi corporea e non una simbologia mentale) che tende piuttosto a suscitare atmosfere di ambigua eleganza e non sintassi di pensiero portatrici di particolari messaggi. Anzi, uno dei meriti più evidenti della pittura di Palumbo sta proprio nel non caricare mai le sue lindissime opere, per quanto suggestive di una chiara ambiguità, di quei caratteri pesantemente simbolici e percettivamente stucchevoli che tanta pittura odierna che crede di rifarsi all’interiore immette sulle tele come incongrui fantasmi di una percettività visiva da cinema horror di terza mano.

Eccoli qui dunque i bei quadri di Palumbo. Ognuno ci propone uno spazio vuoto, deserto di figure e silenzioso, dentro il quale vanno a sistemarsi una serie di oggetti, in modo spaziante e incongruo, ma con un matematico equilibrio dispositivo; con una calcolatissima esattezza di particolari; oggetti che prima di tutto sono punti e volumi nello spazio per divenire poi grammatica del quotidiano ma intenzionalmente stravolta. Quest’effetto di straniamento, lieto e stupefatto, trova nel talento di Palumbo una sempre nuova capacità combinatoria di invenzione, si situa su un crinale che da un lato propone il partito ludico, dall’altro la solennità di ciò che è ambiguo, dove l’evidenza e la datità si confrontano misteriosamente con il passato e con la memoria.

Uno dei critici più acuti di Palumbo, Vittorio Sgarbi, ha parlato anche di altri influssi: Boeklin e anche Magritte e Dalì. Da ognuno traendo qualcosa, sempre in funzione di una fantasia bizzarra e inesauribile, sempre attento ai più segreti moti psichici, sempre coniugatore di libere associazioni mentali. Lo stesso Sgarbi ha parlato per Palumbo di “realismo fantastico”, di “enigma”, sicchè ormai l’osservatore che si avvia a visitare questa mostra ha un sufficiente bagaglio per leggere con occhio consapevole i bei quadri (che col tempo si sono fatti più grandi per dimensioni) di questo giovane e valente artista. “Fantasia e realtà giocano a rimpiattino” – nota il Prof. Coppola – “così come memoria e artificio si passano la mano, per sortire opere dal segno nitido e puro, opere che ci ammaliano”.

Ma tutto quanto si è detto appartiene e si esprime alla precisa esecuzione del mestiere pittorico. Vale allora la pena notare come la campitura dei volumi nello spazio sia figlia in Palumbo di una eccentricità geometrica perfettamente calcolata in vista di suggestioni che abbiamo detto perfino filmiche. Come la limpida squadratura dei volumi si opponga e si connetta alle liquide curvature di altre forme, e come l’hic et nunc delle cose rappresentate sappia inquadrarsi su una scena che in ogni opera si fa improvvisamente smisurata per cieli o per acque, in un paesaggio fosco e memoriale, opposto alla calda seppur ambigua domesticità degli interni.

E’ pittura quella di Palumbo che massimamente si esprime nella varietà, nei toni, nell’intensità e nel contrasto dei colori, quasi sempre puri. Colori per lo più smaglianti e brillantissimi, ma, a volte, lunghe distese di riposanti giallo-rosa, grigio-verde, beige. Squillano qui i rossi accesi di certi drappi, i rubini, i verdi, gli incongrui e bellissimi rossastri cumuli di nubi, i caldi incarnati delle antiche statue immesse negli ambienti più attuali.

Cromie che creano una sorta di rara essenzialità favolistica e che inventano scenari e atmosfere di originale timbro. Nelle tele di Palumbo, l’aria circola anche negli interni più angusti, con un respiro di cielo e di mare che pochi artisti sanno raggiungere. E l’insistita contrapposizione fra la quiete degli interni e un certo tempestoso preludio di bufera nei paesaggi, creano una dualità di grande suggestione.

Geometria di strutture, straniamento e incongruità di oggetti presenti, perduranti segni della classicità assemblati con oggetti domestici, presenze di balocchi e di funebri cipressi: un grande trovarobato di contraddizioni e insieme di scoccanti contrari: tutto questo dà sostanza a una pittura di altissima manualità (quel passare nel dipingere dall’olio all’acrilico) e di dotatissima consapevolezza culturale (si vedano ad esempio certe citazioni boekliniane dè “isola dei morti”), situate però con una levità che ne trasforma il significato.

Queste poche note vogliono solo introdurre all’arte di Palumbo che si pone come una delle più nutrientemente felici, concettualmente stimolanti, e pittoricamente vittoriose sulla scena delle proposte artistiche contemporanee. Valga a questo punto aggiungere che l’arte di Palumbo si accampa in una dimensione molto sua, solitaria e originale. Essa infatti supera, senza dimenticarle (anzi se n’è visto l’alto nutrimento) i grandi filoni del pittoricismo italiano, sia del classicismo rinascimentale, sia del verismo ottocentesco, figlio del naturalismo europeo.
Dall’altro lato Palumbo azzera il visibilio di sperimentalismi (e potremmo anche dire di escogitazioni) in cui la pittura contemporanea si è impantanata e tuttora giace. Palumbo è uno dei pochi artisti che si rifà autenticamente alle grandi anticipazioni delle prime avanguardie novecentesche, ne coglie e si nutre dei succhi migliori, reinventandoli con una modernità che gli deriva anche dal suo alto magistero percettivo di grafico. Infine egli ridà alla pittura il suo primario significato di grande raccontatrice di favole visive, capaci di confortanti letizie nell’osservatore ma anche pioniera di complessi itinerari emotivi e psichici. Non disdice infine che questa pittura, a suo modo ghirlandesca e gozzoliana, possieda anche un’alta suggestione scenografica e, senza mai scadere nell’illustrativo, sappia porsi come favola contemporanea e possa essere, al livello più basso della sua comprensione, divenire strumento felice ed ammiccante di un arredo visivo contemporaneo ahimè troppo spesso scaduto a semplice confessione solipsistica di personali fantasmi incapaci di attingere l’universale linguaggio dell’arte.

Tommaso Paloscia

LE MAGIE PITTORICHE DI CIRO PALUMBO
Dalle Piazze d’Italia all’Isola che non c’è

Architetture inventate con interni che dal vano di una apertura praticata in una parete conducono lo sguardo sul mare: A naufragar nell’infinito. O, più direttamente sull’obiettivo che è quasi sempre il mare, un esterno nel quale si inquadrano isole stupende: Dopo di noi il sogno…Perduta isola…Un veliero sull’isola dei sogni…L’Isola dentro…Paesaggi improbabili…La magia fatale…L’isola dell’amore… Ci si avvede tuttavia d’esser sbarcati all’improvviso, e rapidissimamente, su una certa isola che non c’è la quale pur dista – fantasma irraggiungibile dalla ragione – cinque secoli dalle nostre spalle. E mai una panoramica così vasta ci è parsa di averla percorsa in tempo tanto breve. Quasi ingoiata. Così come brevissimo è lo spazio (atemporale) che dalla metafisica trasferisce l’attenzione e lo stupore in quelle meravigliose immaginazioni in cui regna incontrastata l’utopia. Da Giorgio De Chirico, dunque, con un balzo felino all’indietro, che conduce l’esplorazione fino a Tommaso Moro (dall’inglese Thomas More). Magari con il tramite moderno di una rappresentazione filmica disneyana, guidati da un nocchiero d’eccezione. Nientedimeno che Peter Pan.

Alt! Un momento solo per chiarire che si sta vagando, suggestionati al limite del delirio, fra le fantasticherie create dal pennello del quarantenne Ciro Palumbo; vale a dire un pittore nato in Svizzera da genitori italiani, residente in provincia di Torino ma di sangue partenopeo; la qual cosa, oltre la trasfigurazione costante con cui egli riesce a personalizzare la realtà – quella che gli è stata definita “magica” dalla critica – giustifica un altro incantesimo che ci raduna a visitare la mostra realizzata dal pittore utopico/metafisico nell’incanto dell’isola di Ischia. Il che accade, certo, anche per inevitabile intervento della sorte, ma soprattutto per i meriti della felice creatività dell’artista. E a dire il vero sembra che il viaggio del suo realismo magico intrapreso partendo dall’atelier di Torino, prosegua senza soluzione di continuità qui, nel golfo di Napoli: all’insegna di Tommaso Moro. Anzi di San Tommaso Moro fatto decapitare nella torre di Londra da Enrico VIII del quale era stato supremo cancelliere. Ed elevato da Pio XI alla gloria degli altari nel 1935. Ossia quattrocento anni dopo il martirio.

E’ chiaro che la metafisica dechirichiana sia stata la protagonista del primo incontro nel quale Palumbo ha raccolto il messaggio divenuto rapidamente più carico di idee e di sensazioni da ritrasmettere col proprio segno e i propri colori. E di qui l’esercizio pittorico è avanzato fra sogni e interpretazioni dell’irreale in genere, più che del reale, senza ostacoli che procurassero remore alla sua inventiva. O meglio alla capacità di manipolare a piacimento quelle suggestioni ispiratrici. Dominate dal mito, sulla scia dei suggerimenti insiti nelle creazioni dell’inventore della Metafisica. Rifletto ogni tanto su alcune riproduzioni di quadri dipinti da Palumbo solo qualche anno fa. E mi vengono a mente le sue vivacissime trasfigurazioni di pensiero ricavate da qualche “piazza d’Italia”, disegnata da architetture nelle quali le reminiscenze classiche del greco De Chirico sono state trasfigurate in paratie semplici eppure cariche di intenzioni altre. Con, al centro della raffigurazione spaziale, una scatola rettangolare ampia e carica di oggetti coloratissimi a sostituire, e a rappresentare forse, quella scultura sdraiata, classicheggiante, che il Maestro di Volos proponeva come punto centrale dell’attrazione suscitata nell’osservatore dai punti di fuga e dall’incantesimo di quell’enigma donde è scaturita la “piazza d’Italia”. E quello scatolone e i giocattoli mi è parso di reincontrarli spesso anche quando la Metafisica ha cominciato a modificarsi in questa pittura e a mostrare, non so quanto consapevolmente, una simpatia vieppiù intensa nella varietà dei sogni che invadono la mente del pittore.

L’utopia dell’isola che non c’è di cui Tommaso Moro espresse in un famoso libro, anche attraverso preziosi dettagli, le sue teorie di filosofia politica, ha coinvolto intere popolazioni tentate di smentire il valore di irrealizzabilità attribuito a quell’utopia. E in alcuni casi, in conseguenza di importanti movimenti rivoluzionari nel sociale, ne sono state fatte applicazioni concrete nella realtà, ma con esiti tutt’altro che felici, come la storia recente ampiamente dimostra. Altri ne sopravvivono con l’esercizio di costrizioni che limitano gravemente le libertà fondamentali dell’uomo. Per cui l’isola della felicità sociale continua a disertare la realtà di questo mondo.

Palumbo a mio avviso, è poeticamente inebriato da un siffatto modo di sognare con i colori e vi trova la via dell’iperbole che il sogno sopporta agevolmente fino ad offrire motivi di piacevolezza e di divertimento. V’è tuttavia negli esiti sostanziali della sua ricerca un raggiungimento estetico di notevole livello. Ed è qui che l’obbiettivo dell’arte sua trova l’appagamento delle aspirazioni e dei desideri fortemente inseguiti. E coinvolge anche l’osservatore smaliziato nell’universo di una fantasia che tova alimento negli stessi ricordi dell’artista, avvinto – e lo dichiara – dall’amore istintivo verso il racconto, verso le storie. E che cercherebbe di volta in volta di coniugare col ricordo, che per sua stessa natura stempera, addolcisce e trasforma, gli episodi reali, le fantasticherie offertegli da un temperamento che del fantastico si è nutrito sin da ragazzo. E continua ad alimentarsene. Disinvoltamente. Per cui ogni dipinto, egli afferma, dovrebbe sottintendere una introduttiva didascalia impropria che, come in tante favole, ci diceva e ci dice ancora C’era unavolta. Poc’anzi ho parlato di disinvoltura perché il pittore Ciro ha la possibilità di operare in modo tranquillo nel difficile compito assunto di trasformare in immagini le sue meravigliose fantasie, avendo a disposizione una straordinaria preparazione tecnica di cui si serve come e quando vuole. Per di più la dotazione naturale che ne fa un colorista di rilevante capacità, lo aiuta enormemente a inseguire il miraggio sempre vigile sul suo impegno di suggerire al riguardante qualcosa di non riconoscibile all’impatto, ed è poi la cartina di tornasole nella reazione chimico/mentale piuttosto complessa, e di maggiore efficacia rispetto a quella di indurre l’amatore o l’esperto all’accettabilità diretta della sua poetica. Lo conforta nell’operazione intuitiva la immersione dei soggetti in atmosfere credibili e pur colme di suggestioni che, quanto ad attendibilità, ne sono scarsamente dotate.

Leggo nell’ottimo disegno di base (realizzato in acrilico, mentre la stesura finale è sempre dipinta ad olio) un disegno-impianto capace di sorreggere agevolmente i dipinti soprattutto nella disposizione che utilizza tutti gli spazi disponibili, o vi ritrovo l’insegnamento recepito da Palumbo frequentando lo studio di Antonio Nunziante, suo valido maestro e pittore molto capace e, come lui, di origine napoletana e residente da tempo a Torino, in quel di Giaveno. Mi è capitato di interessarmene scrivendo dell’arte sua nel catalogo. Trovo naturale che le cose da noi apprezzate in un certo momento della vita debbano riapparire prima o poi ai nostri occhi, magari a restituirci dopo molti anni la gioia di aver raggiunto nel passato qualche certezza. Allora ci accorgiamo, fuori tempo massimo, che la più autentica certezza risiede comunque nella insoddisfazione. Come è stato autorevolmente affermato…

Il permesso alla pubblicazione di questo scritto incompiuto, ci è pervenuto unitamente al testo, dalla Signora Nora, moglie e compagna dell’indimenticabile Maestro Tommaso Paloscia, dal quale per lunghi anni abbiamo imparato a leggere meglio la pittura.

Carla Piro

IL SOGNO DELL'ANGELO

Un leggero brivido aveva percorso dall’interno
la tela, mentre un rapido segno di colore ne solcava la superficie indefinita.
Era l’alba di percezioni inconsapevoli nella figura nascente.
Ogni gesto impresso dall’esterno trovava corrispondenza dentro il quadro.
Non erano ancora sensazioni, perché il tratto lieve abbozzava appena su quel nitore una sagoma femminile dalle ali raccolte.
Il nulla oscuro e sospeso fuori del tempo, in cui ella aveva fluttuato fin ad allora, era stato rotto da impressioni inaspettate e discontinue, sollecitate dal lavorio febbrile dell’artista.
Non vi era coscienza, né chiarore in quell’idea di angelo che fremeva nella mano creatrice; solo percezioni inespresse e non comprese dalla figura in bozzolo, priva di passato .
Via via la forma si andava delineando: mentre il pittore rappresentava l’idea, senza saperlo ne disegnava l’identità, consegnandole una coscienza che per gradi usciva dall’oscurità dei sensi.
Prima un braccio tracciato, poi le spalle, quindi le ali: per l’essere indefinito brancolante nel buio erano brividi e sussulti.
All’improvviso la luce: accecante, calda, terribile che rappresentava - per chi da sempre nel nulla- la soglia dell’ignoto.
Lui proseguiva nel fissarne il volto, i lineamenti, il capo ed a lei si dischiudeva un mondo sconosciuto ed un fermento nuovo.
Finché quello sguardo appena dipinto aveva incrociato gli occhi dell’autore ed una scintilla aveva acceso ambedue.
Ancor più impetuoso il pennello assediava la tela, mosso dall’ansia di tradurre in atto il sogno accarezzato a lungo: dal bozzetto al colore, infine le velature che davano vita al carnato di quell’essere dalle sembianze femminili ed angeliche insieme.
Ed ella, che fino ad allora aveva provato percezioni indistinte, avvertiva sulla pelle ormai definita il tocco di una carezza vibrante, mal tollerando la costrizione di un’universo a due dimensioni.
Sostenuto da un impeto irrazionale l’artista interveniva ancora con luci ed ombre, per conferire realtà illusoria alla forma senza vita. Pennellate impazienti, gesti appassionati e movimenti impulsivi si susseguivano scuotendo entrambi: il creatore e la creatura.
Inaspettata una folata di vento aveva spalancato la finestra distogliendolo dall’immagine; solo per un momento
Poi il battito d’ali: un soffio impalpabile di piume aveva lasciato deserta la tela
Allora egli ne avvertì la presenza
UN BIGLIETTO A/R DALLA REALTA' AL SOGNO …PASSANDO PER LO SHOPPING.
L’atelier di moda apre le porte allo studio del pittore
“Atelier” è una parola che accomuna il mondo dell’arte e quello della moda. Universi per secoli distanti e paralleli nella loro evoluzione, gradualmente sono divenuti contigui sino a rivelare commistioni e contaminazioni.
Le “sculture in tessuto” di Roberto Cappucci sono state esposte nei più importanti musei del mondo (Palazzo delle Esposizioni di Roma, Palazzo Strozzi a Firenze, Münchnerstadt Museum di Monaco, Museo di Vienna e al Palais de la Monnaie di Parigi).
I magazine di arte sono vigili nel cogliere le “tendenze” tanto nel campo precipuo, quanto in quello delle griffe, mostrando grande dinamicità nel seguire la moda.
Il settore dell’arte si rivela il nuovo territorio di investimento economico e d’immagine per Aziende e Fondazioni (legate ai nomi dei grandi stilisti) che, dopo il ruolo di sponsor o partner nel mondo della cultura, se ne fanno ora dirette promotrici (non è passato sicuramente inosservato al pubblico il discusso connubio Trussardi - Catelan).
Mentre progetti culturali, esposizioni ed artisti attingono nuova vigoria economica dalle maison , altri ingegni creativi (Pistoletto, Bourgeois , Rosenquist, Kounellis) mettono a disposizione il loro talento per “firmare “ le collezioni Illy e “vestire” le tazzine del caffè. Insieme a questi fenomeni, segno dell’attuale osmosi dei due àmbiti, vi sono i concept store di moderna concezione: luoghi in cui si celebra l‘incontro fra moda, costume, design, creatività..
Non stupisce, quindi, il tema “Atelier degli Angeli” per la serata-vernice del pittore torinese Ciro Palumbo in una delle boutique più glamour di Pistoia (Barghini Fashion), fra gli abiti di Moschino, di Dolce e Gabbana, Cavalli.
“Il termine “atelier”– spiega l’artista- allude al luogo destinato alla moda, ma anche alla “tana del pittore”, allo spazio in cui egli racconta se stesso, realizzando i propri lavori. Gli angeli, poi, sono un argomento molto caro, al quale sto dedicando gran parte dell’ultima produzione artistica”.
Così lo show room moderno e minimalista si trasforma, allestito con cavalletti, dipinti, disegni preparatori, stampe e scenografie di 2 metri, nell’atelier-studio dell’artista.
Insolito ed efficace l’abbinamento di un abito ad ognuno dei 15 quadri, in base ad accostamenti di colori, temi ed emozioni suggerite da dipinti che sembrano sospesi nel tempo. Le tele popolate di giochi di legno (Pinocchi, trottole, palle), di finestre rivolte verso paesaggi fantastici, di pioppi sopra scogliere ripide, evocano le atmosfere del sogno: incantate ed irreali.
Un piccolo veliero in un mare immaginario, la barchetta di carta all’attracco accanto ad un faro in una nicchia del muro descrive con ironia e dolcezza il tema del viaggio. Un viaggio intrapreso con un “biglietto di andata e ritorno” che realizza il desiderio di evasione (ma anche di esplorazione dall’esteriorità all’interiorità) ed il passaggio reciproco sogno-realtà, attraverso una “soglia” che affaccia su panorami fiabeschi.
Così nell’atelier di moda, il dipinto dal titolo “Partenza” ha avuto come “compagno” un abito sportivo ed una valigia…

Vincio Coppola

UN FUNAMBOLO DEL COLORE
TRA STUPORI, ENIGMI E SOGNI

Il mondo di Ciro Palumbo? E’ un mondo fatto di antiche seduzioni che catturano l’immaginario collettivo grazie ad un immanente e inquietante silenzio che permea dipinti dal taglio surreale. Immagini dalle atmosfere impalpabili, capaci di rallentare il tempo e il flusso vitale. E che irretiscono l’inclito e l’incolto con quella carica suadente che sprigiona malie dei tempi andati.

Ma a... catturare il nostro Ciro in età gentile, asservendolo “nunc et semper” alla cosiddetta buona pittura, è una mostra dedicata alcuni anni fa all’arte russa, anzi agli impressionisti d’oltre cortina operanti tra la fine dell’Ottocento e i primi lustri del secolo successivo. Davanti a quei dipinti, dall’intrigante manualità e dall'eccelsa valenza pittorica, il giovane visitatore rimane di stucco. E capisce all’istante che deve cambiare rotta se vuole lasciare un segno nel difficile e variegato regno dell’Arte. Si rende conto insomma che qualsiasi improvvisazione va bandita se si intende usare a puntino design e colore. E allora decide di punto in bianco di mettersi seriamente al lavoro, di andare a bottega come si faceva un tempo. Entra di conseguenza nell’entourage del maestro Antonio Nunziante, di origine napoletana. E qui, oltre ad apprendere i primi rudimenti, ha l’occasione di ammirare con crescente attenzione e simpatia opere di Boelkin, De Chirico e di esponenti del surrealismo, come Magritte e Dalì. Di quest’ultimo, pur con qualche riserva su talune cadute di tono, apprezza in particolare la fantasia bizzarra e inesauribile del genio.

Quanto a De Chirico, gli rimane impressa un’invettiva del “pictor optimus” verso chi critica la sua maniera di stare davanti al cavalletto: “Di fronte alla masnada internazionale dei pittori moderni che s'arrabatta stupidamente tra formule sfruttate a sistemi infecondi, io solo, nel mio squallido atelier della rue Campagne-Premiére, comincio a scorgere i primi fantasmi di un'arte più completa, più profonda”.

Ma le simpatie dell'apprendista vanno soprattutto ai fantasmi di Alberto Savinio, forse perché più introverso del fratello; e anche perché più eclettico e più attento ai moti della psiche. E in Savinio ritrova certe affinità elettive che lui scopre per caso, rimirando alcuni suoi vecchi disegni; opere dove il sogno si pone come spazio di libere associazioni mentali e nelle quali fa capolino quella innata giocosità, quella tipica sdrammatizzazione degli eventi che sfocia spesso in estasi ludiche dagli accenti chiaramente circensi.Non è finita. Nuovi stimoli Ciro li riceve dalla pittura contemporanea grazie a maestri del calibro di Riccardo Tommasi Ferroni, e anche da altri seguaci della nuova figurazione italiana. Quasi un richiamo all’ordine, con precisi riferimenti alla figura e al mondo classico, dopo anni di monopolio della pittura concettuale e astratta.

E così, in virtù di tali stimoli, Palumbo prende il coraggio a due mani per passare il Rubicone e approdare a quel “realismo fantastico” che gli consente di recuperare la fascinosa verità delle cose più semplici e più autentiche. Ironico e sibillino, fa dell’enigma l’icona costante della sua arte. E, a guisa di un burattinaio medievale, muove i fili invisibili dei suoi oggetti quotidiani, sigillati in un silenzio metafisico: cesti di frutta, libri su mistiche vette, finestre aperte su paesaggi dell’anima si alternano ad oggetti che dimorano nel suo studio: giocattoli e cavalli di legno, conchiglie, scatole. E persino chiodi. Tutti coinvolti, chi più chi meno, in una girandola di abbagliante suggestione e di espressività incisiva in cui il dipinto assurge al ruolo di mattatore, assumendo le sembianze ora di un tomo ora di un paesaggio che ammicca, in lontananza, da una bifora dei secoli bui.

Bisogna riconoscere che il paesaggio del Nostro ha pochi addentellati con la realtà in quanto frutto di un’indagine introspettiva di cui solo l’interessato conosce la chiave di lettura. E, lungi dall’esserne geloso, la offre a noi per farci gustare un “amarcord” di sapore proustiano dove la mente, obliosa dell’ora che passa, riesce a vivere un incanto senza spazio e senza tempo. E lui? Questo funambolo del colore non fa che sorridere, sornione, davanti al nostro stupore per quella teatralità scenica che occhieggia da un verone o da un loggiato.

Fantasia e realtà, dunque, giocano a rimpiattino, così come memoria e artificio si passano la mano, per sortire opere dal segno nitido e puro; opere che ci ammaliano con le loro tessiture dell’età di mezzo: intrighi, misteri, stupori. E’ il gioco a recitare quasi sempre il ruolo di protagonista. Ciro ha cominciato a giocare con i figli, ad intrattenere i suoi quattro pargoli con racconti e fiabe d’ogni genere. Poi trasferisce quel mondo sulle sue tele, mescolando gli stessi giochi ai sentimenti, quali la melanconia e l’enigma. In piena sintonia con Ernst Ludwig Kirchner secondo cui “il mezzo della pittura è il colore, come fondo e linea. Il pittore trasforma in opere d’arte la concezione sensibile delle sua esperienza“

E per centrare in pieno l’obiettivo Ciro Palumbo ricorre all’ausilio di colori smaglianti, che brillano di luce propria: il rosso cadmio, il rubino vermiglione, il verde phtalo: Per non parlare del blu con tutte le sue "nuances": dal blu di Sevres, al cobalto, all'azzurro-mare. E sempre per giungere celermente al traguardo si serve dei suoi stessi “pensieri" - o, per meglio dire, liriche - che danno la stura ad interrogativi esistenziali: “La sfida è di fronte/ attraverso il mare/ ampio,/ aperto,/indaco e assoluto/. L’aria e la brezza/ sottile finemente/ mi lusinga/ e come sirene/ le sue carezze/ mi arrivano./ Sei con me?”/ E ancora. Eccolo dipingere un poltrona vuota sulla quale è adagiato un plaid mentre la luna occhieggia sullo sfondo. Insomma, riesce a rendere con le immagini ciò che urge nel suo io: "Il vuoto inonda la stanza e l'abbandono/ è raccolto dalla pallida Luna/ancora una volta spettatrice di un mistero!/". Un patente invito alla lettura e alla meditazione, per nulla avversato dalla presenza di simboli ludici, quali la palla o la piramide. Anzi, c'è quasi un'esortazione a liberare il fanciullo che alberga in noi. Perciò Ciro non esita ad assoldare due comprimari che hanno allietato la felice stagione dell’infanzia: Pinocchio e Peter Pan. E insieme con loro dà vita a quel travestimento oggettuale che incanta grandi e piccini.

Ad un certo momento, però, subentra la paura, ossia il timore, più o meno fondato, che quegli oggetti possano evadere da quel mondo onirico. Ciro Palumbo potrebbe ormai vivere di rendita con tutti quei sogni a sua disposizione. Ma, invece di tirare i remi in barca, affronta con coraggiosa baldanza il periglioso pelago, inventando lì per lì dei meccanismi che possano tamponare la breccia, impedire qualsiasi via di fuga. Di qui la sfera imbrigliata in un quadrato, o la piramide costretta a starsene buona buona in una fossa di sabbia e puddinghe.

In definitiva, è sempre il gioco ad avere il sopravvento; un gioco che esorcizza anche la paura. E che dà spazio a quel realismo magico che permette al nostro eroe di pilotare le cangianti “performances” del travestimento con un abile mescolio di carte. A guisa – e forse meglio - del giocatore di bussolotti di papà Manzoni

Franco Nicola Ammenduni

Viene spontaneo chiederci, in questi nostri giorni di ansiosa ricerca, se alcuni codici di crittografia pittorica - da molto tempo definiti "moderni" - non incomincino, in realtà, ad essere
alquanto frusti, cioè visti e rivisti da troppo tempo, fissi ormai in un clichè di elucubrazione: Si deve immediatamente aggiungere, però, che risulta alquanto difficile ed implica pertanto una certa dose di coraggio, non solo il fare una affermazione come questa, ma soprattutto di dipingere in modo che sostenga un tale postulato, cioè in maniera onesta, che non segua correnti di clans e non giochi a darla ad intendere.
La pittura di Ciro Palumbo si distingue per la sua concezione estetica, che è in aperta polemica con alcune aberrazioni alle quali assistiamo, da troppi anni ormai, sotto l'etichetta di vera arte d'avanguardia.
Palumbo intende essere d'avanguardia facendo della pittura sul serio, cioè creando un suo diagramma di toni, che si fondono per armonizzare e cambiano per trascolorare. L'interpretazione di "ciò che esiste" diviene iperrealismo e quindi irrealtà e sogno.
L'iperrealismo infatti (se non fosse il caso di ricorrere ad una definizione, ben sapendo che l'arte sconfigge ogni definizione o formula), diviene mondo astratto, perchè leviga il dettaglio ed esalta i contorni o i piani sino a creare felicissime iperboli.
Nato a Zurigo nel 1965 frequenta a Torino le scuole superiori di Disegnatore Pubblicitario che lo fanno approdare alla professione per alcuni anni. Ciro Palumbo possiede un mestiere, ma non permette mai che questo mestiere diventi il confine della sua anima; al contrario, lo vuole mezzo espressivo per riflettere il proprio spirito, prima ancora di lasciar traspirare la sua personalità. E l'artista si cimenta su di una panoramica compositiva, il cui orizzonte include soprattutto quelle mirabili opere che vanno, grazie alla sua miracolosa tecnica, oltre la realtà. I soggetti utilizzati dall'artista posseggono una propria nobiltà, una sua aristocrazia che non è più il "il reale", ma è l'incanto che conduce all'incantesimo. Se è vero che la produzione pittorica del maesto è sempre stata ad un livello di coscienzioso impegno, è anche vero che alcune tappe evolutive possono essere individuate lungo un percorso di continuo superamento. Ed è stato interessante notare come critici più severi, abbiano da sempre concesso a Ciro Palumbo una valutazione che è sinonimo di stima, di frequente riconoscimento e molto spesso di plauso.
La pittura del maestro convince tutti ed è contesa dagli amatori. Ciro Palumbo ha esposto in vari Paesi d'Europa e oltre oceano, in mostre collettive e personali, ottenendo ampi consensi. Ma forse il consenso determinante lo hanno sempre dato e lo stanno dando con un crescendo meraviglioso i mercanti d'arte ed i collezionisti più ambiziosi di Firenze, Verona, Treviso, Napoli e di altre città italiane che, perseguendo una costante ricersca delle opere di questo straordinario pittore, ne hanno aumentato le quotazioni, elevandole ad un livello di prestigio internazionale.

Linda Altomare

INSEGUENDO IL SOGNO
Il Mondo Pittorico di Ciro Palumbo

Il percorso artistico di Ciro Palumbo può essere considerato un percorso che è destinato a non fermarsi, a non perdersi nel mare dell'inconcludenza, a non scontrarsi con il muro dell'incomprensione.
E' sempre difficile, anche se spesso agognato, incontrare artisti che possano fregiarsi di questo "nobile" appellativo, appartenuto a uomini che dell'arte hanno fatto una ragione di vita, che l'arte l'avevano nel cuore e nell'anima e non solo nella mente.
Incontrando Ciro Palumbo è sempre un arricchirsi lo spirito, è volare con la fantasia, è sentirsi liberi dentro.

- La tua pittura appare corposa, tattile eppure ha il potere di catapultare lo spettatore nel Sogno, fa rincorrere i ricordi; come lo spieghi?

- Forse nel mio desiderio di raccontare delle storie. Mi piacerebbe scrivere un libro di racconti, di illustrare sogni surreali con parole e suoni.
Inoltre non c'è niente di meglio nel cominciare con "C'era una volta..." ed ecco l'entrata in gioco dei ricordi, che diventano fondamentali.

- Le immagini che proponi "profumano" di simbolismo, di metafisica: è un aroma destinato a perdersi nell'aria?

- No, assolutamente. È la scia che stò seguendo e che mi piacerebbe continuare a scoprire. Credo che l'uomo abbia bisogno di simboli, o almeno ne senta il bisogno. I simboli gli servono per afferrare ciò che altrimenti non sarebbe rappresentabile; e se poi oggetti e figure, seppur inconsueti, sono rappresentati in una magica suggestione, il mix è tale da creare quell'aroma "Metafisico" persistente nel mio studio.

- Ti sei accostato a queste correnti artistiche per vicinanza di intenti o è stato un percorso naturale?

- Credo fondamentalmente che la frequentazione dello studio del mio maestro A. Nunziante, abbia influito (dopo numerose chiacchierate davanti al cavalletto) nel cercare di capire un' opera di Savinio o di Giorgio De Chiririco. E poi sugli scaffali pieni di libri del mio studio, i due maestri hanno un posto d'onore. Prima sfogliando i libri e poi ammirando (per fortuna) dal vero alcune opere, sono rimasto colpito dall'atmosfera, la poetica, il " profumo" di quella luce, di quell'attimo. E poi i colori e la filosofia di fondo ti penetrano e naturalmente cominciano a costruirsi sulla tua tela delle immagini che ti riportano a quelle tematiche. E' un processo naturale, per chi ci crede. Tentare oggi di dipingere e di parlare di una "nuova metafisica", certo non è compito mio, diciamo che io dipingo un mondo che forse tenta di ripercorrere quelle vie.

- Ciò che mi ha sempre colpito dei tuoi quadri sono i cieli; quel turbinio di colori che sembrano soffiati, quelle forme scomposte eppure così in armonia con l'intera composizione. Parlacene.

- Il cielo è uno dei personaggi dei miei dipinti. E' l'elemento, seppur impalpabile, che determina lo stato umorale dell'opera. In alcuni casi è un "fondo" che mi serve per esaltare il soggetto, ma pur sempre vitale, presente. Il cielo è il "sogno", è l'aria aperta è l'avventura del viaggio. E poi mi piace inventare architetture fatte di nuvole e farle attraversare dalla luce, come una forza positiva che esplode.

- Per molti artisti l'arte a volte è sofferenza, anche fisica, io invece ho sempre pensato che creare il bello potesse solo far gioire, far sentire felici; cosa è per te creare un'opera d'arte?

-Ho in mente l'opera creativa divina della nascita di un bambino, il meraviglioso momento del parto, che attraverso la sofferenza giunge ad una felicità assoluta. Mi sento di usare questo paragone per il grande rispetto che ho per ogni momento creativo che riempie la vita di un uomo. In realtà credo che creare sia uno sforzo che parte dallo spirito, è pensiero ed opera di mano.

- Ammirando le tue opere sembra che siano state create nel momento in cui i ricordi si riflettono negli occhi; è così oppure c'è una lunga e sofferta preparazione?

- Ogni volta che mi accingo a lavorare su un'idea è già avvenuto tutto il processo di costruzione del quadro. Facilmente mi innamoro di una luce, di una atmosfera, a cui aggiungo i miei oggetti che puntualmente aspettano il loro turno. Poi tutto avviene meccanicamente. Quando mi concentro su un concetto, ripetutamente disegno e dipingo oggetti ed ambienti fino a quando non esaurisco il desiderio di comunicare.

Vittorio Sgarbi

Ciro Palumbo è un affabulatore di momenti astorici e atemporali. Ci troviamo qui di fronte a una pittura dove l'ispirazione metafisica si esplica in un insieme immaginifico e surreale, in una messa in scena di elementi figurali che non riconducono a significati precisi.

L'artista mette in atto un gioco plastico e visionario di presenze, che rivela esplicitamente una consonanza con Giorgio de Chirico e con Alberto Savinio.

Dal primo, Palumbo ha ereditato la bella stesura pittorica, il senso geometrico della struttura spaziale, e da Alberto Savinio il modo curioso di ammiccare con le immagini, in un gioco voluto e ben calcolato di contraddizioni. La caratura concettuale di queste composizioni è decisamente intensa, ma questo non basterebbe a reggere una disamina critica, se non si basasse su un intingolo pittorico che privilegia i toni intensi e senza sfumature, applicati con maestria sulla struttura narrativa del disegno preparatorio. Meditativo nel procedere, questo artista usa i colori acrilici ma, come spiega egli stesso, il primo abbozzo nasce dal colore ad olio. Capace di esaurire tutte le potenzialità della tavolozza, le sue velature controllano ed esaltano la stesura cromatica, che gioca sempre di contrappunto fra tono e tono.

Ogni quadro rievoca la classicità in un assemblaggio apparentemente incongruo di elementi compositivi plasticamente forti. È un impianto che poggia su elementi figurali tipici della metafisica dechirichiana, interni geometrici, sfondi naturali, sculture marmoree, ruderi e colonne squadrate, ma anche sul giocoso accostamento a balocchi colorati, barchette, palloni, e tasselli da costruzione. Lo spazio che circonda questo mondo colorato è però ampio e in gran parte abitato dal vuoto, che allude ad assenze senza ritorno. Sono architetture senza tempo, dove la qualità pittorica si rivela in una delineazione estremamente precisa, senza sbavature. Pittore di tradizione, che si rifà evidentemente alla lezione psicanalitica sulle simbologie oniriche, egli non insiste tanto sull‚immaginario archetipico, quanto sull‚esplicitazione freudiana dell‚inconscio, sull'esplorazione del rimosso. I suoi sogni sono costruiti a tavolino, come la narrazione di una irrealtà ormai acquisita alla consapevolezza.

Sono fiabe colte che si avvalgono dei reperti della Grecia antica, quella dei viaggi e degli assedi omerici, ritrovati in tutto il loro sapore fiabesco, quindi provocatoriamente estranei a una seriosa lettura critica o filologica. Infatti, e in modo persino ossessivo, egli ripete in molte composizioni il tema dell‚isola, già caro a Böcklin, ma non più tanto nel significato intimista, privato e nevrotico di un sogno da cui non si riesce a uscire, quanto piuttosto col gusto di una citazione, di un omaggio ai maestri e ai poeti che hanno ripreso quel tema, trasformandolo in una sorta di metafora dell‚esplorazione e del tentativo di appropriazione dello spazio.

O forse questa inquietante presenza in mezzo al mare non è neppure una citazione culturale, quanto piuttosto il senso di una meta utopica, fortunatamente irraggiungibile, di un viaggio nella conoscenza di sé, dove conta molto di più il percorso dell‚arrivo. In questo consiste anche il senso del fare arte, che si fonda proprio sull‚inesauribilità della ricerca, sulla natura incompiuta della creazione umana. La classicità metafisica di Palumbo ci fa dunque riflettere sulle ragioni stesse della nostra cultura così radicata nel Mediterraneo, nel rapporto fra il cielo il mare e la terra, fra il passato e il presente, fra la delusione e l‚illusione, fra la follia e la ragione.

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Quel non luogo, quel non tempo

"Quel non luogo, quel non tempo" - Olio su tela - cm 40x50 - 2007

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