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Alberto D'Atanasio

"Il viaggio del Giovane Vecchio"
Interludio

Definire un artista non è mai facile è meglio scrivere di com’è stato pensato e di come la gente comune considera questa figura sospesa fra trascendente e razionale. Anche perché io non so dare definizione dell’artista se non per ciò che produce e per il suo percorso iconologico e poi in una vita sempre più razionale dove non c’è più posto né per fiabe né per favole, l’artista diviene indispensabilmente l’indefinibile per antonomasia. L’Artista non si deve definire egli è come un varco tra la vita che scorre trasportata dal tempo e dai tempi e la fantasia che è sede delle speranze e dei sogni di ognuno. Neruda diceva che la poesia non va spiegata perché si comprende dall’emozione che suscita così, è per l’artista che dipinge, scolpisce crea immagine o che scrive non si può definire altrimenti perde la sua aura di catalizzatore di tutte le tensioni del cosmo, del cosmo intero.

.D’Altra parte l´artista da sempre è colui che dà visibilità all´invisibile anche a quei desideri da tener celati perché fanno arrossire la comune morale.

È una sorta di radio che riceve sia da spiriti benevoli che maligni e si mette come a disposizione d’ispirazioni che appartengono alla invenzione e all´irrazionale, e a tutto ciò che l´uomo comune può vivere solo nella fantasia. Gli antichi pensavano che fossero le muse a ispirar tutti gli artisti, dai poeti agli attori financo ai musicisti e ai pittori. In epoca rinascimentale e fino al neoclassicismo si pensò che non fossero le muse ma angeli o demòni che venivano ad ispirare e a condurre cuore, mente e mano dell´artista. Angeli e demòni, figure di luce e tetre personificazioni, entità luminose opposte a quelle tenebrose e l´artista all’una o all’altra sceglie di dar servigio. Ricordo disegni che vedevano rappresentati Beethoven circondato da demoni musicisti che gli correggevano gli spartiti e Niccolò Paganini disegnato con un demonio dietro le spalle che sussurrava all’orecchio la musica da eseguire, Van Gogh interpretato da un Kirk Douglas che ne risaltava l’animo turbato da angeli, demoni e una solitudine temuta e ricercata.

E poi parafrasando un brano di una lettera che proprio Vincent Van Gogh scrisse a suo fratello Theo, si potrebbe affermare che l´artista è tale se riesce a carpire l´ineffabile e a dar immagine a ciò che forma e figura non può avere. Una sorta di creatura, l’Artista, che ha ricevuto più di altri la mistica scintilla del creatore e non può che viver male su una terra che poco sa del paradisiaco luogo da cui è pervenuta. Io spero, talvolta, che se un Dio esiste dovrebbe, degli artisti, aver più pietà che per ogni altro uomo oppure ogni uomo considerare Artista.

Ma ciò che l’artista produce e dona suo malgrado l’umanità talvolta non corrisponde con il suo modo di fare e di relazionarsi con le persone quasi che l’opera d’arte sia essa una immagine o una musica o una poesia sia esattamente l’opposto della persona che l’ha creata. Come se un orco fosse stato pervaso da un demone benigno e l’abbia ispirato e non ci fosse alcuna relazione tra creatore e la cosa da lui creata.

Così mi piace cominciare a parlare di Ciro Palumbo la sua persona e il suo modo di fare sono come le sue pitture, fatte di sogno e d’immaterialità. Tempo fa conobbi un cantautore che ha fatto sognare con le sue opere me, come tanti altri, Francesco De Gregori, lui ha scritto parole e musiche che hanno segnato un’epoca, le sue canzoni hanno permesso ai ragazzi che ora sono padri di dire, all’oggetto dei loro desideri, concetti che altrimenti sarebbero restati muti, e fatto in modo di materializzare in suoni e versi ciò che altrimenti sarebbe restato inespresso in termini di rabbie, speranze e libertà e non solo nei fatidici anni ’70, ma ancora oggi.

Così canzoni come “signora aquilone”, “rimmell”, “pablo”, “quattro cani per strada”, “titanic” fino a “sempre e per sempre” sono divenute più che semplici canzoni la figura e insieme la cornice per momenti divenuti memoria e patrimonio dei ricordi più belli di molte persone. De Gregori ha chiuso in brevi versi il suono stesso che parte dal cuore e arriva al cervello e rigenera tutto il corpo. È questo anche il senso e la vocazione di certi artisti, oserei dire di quelli che restano nella storia, cioè il permettere a molti di esprimere le emozioni le sensazioni come pure le rabbie e i desideri e le speranze. Ma se Ciro Palumbo sembra il depositario di un fare arte che quasi lo supera e che celebra in ogni opera con una tecnica che permette all’opera di generarsi stesura dopo stesura per altri artisti non è la stessa cosa, lui stesso si stupisce di come la creazione abbia scelto lui per divenire l’araldo della creatività. Le sue opere sono come la materializzazione di una idea che dall’assoluto, o dall’infinito si canalizza nell’artista, Ciro Palumbo non fa altro che dare materia e figura all’idea. E un poco come fu per Michelangelo Buonarroti lui liberava l’idea dalla materia che la opprimeva quasi che il marmo in più, fosse un involucro che imprigionasse una figura eterna, che nella grezza materia è imprigionata. In Francesco De Gregori non è la stessa cosa. Quando lo conobbi ed ebbi modo di parlare con lui trovai un uomo diffidente e indifferente, scortese e dedito più alle attenzioni delle persone di potere, di partito piuttosto che alla gente comune. Una persona completamente diversa da ciò che facevano pensare le sue opere, tanto diversa, troppo diversa, tanto che le volte successive lo guardavo con distacco e sorridevo e lui era quasi incuriosito dai miei sguardi che non vedevano più un poeta capace di dar volto a ciò che nel profondo di ognuno vedevo un poeta stronzo ed egoista e che resterà sì nella storia, per le sue canzoni e per la sua incoerenza nella relazione con gli altri. Palumbo è altra cosa, dipinge prendendo la tecnica della tempera a olio che rielabora in tutti i suoi passaggi che non sono pochi e quindi ogni opera richiede tempo e meditazione fino all’ultima stesura di luce e lucidi. Forse è questo che fa sì che Ciro Palumbo risenta più che De Gregori dell’arte che crea.

Questa mostra è nata da un testo che ho scritto tempo fa per una scultura di Franco Filoni mi ispirò il viaggio del giovane vecchio, un guerriero che si siede e prova a specchiarsi anche nella lama della sua spada e riflette sul tempo passato e che passerà. Sono passati 20 anni e nel gioco dei ricordi parlando con Ciro è venuto naturale parlare della vita e di colui che arrivato a un certo punto del Viaggio si ferma e si guarda indietro per vedere cosa è successo e provare a intravedere cosa accadrà.

Così dal quel brano nasce o meglio riparte il viaggio del giovane vecchio o del vecchio giovane e Ciro Palumbo dona immagine a ciò che altrimenti resterebbe solo parola scritta, ma si sa che la istoria per essere narrata delle figura abbisogna… La genialità della pittura di questo artista si spiega nel suo percorso professionale, è nato come grafico pubblicitario ed è approdato alla pittura riscoprendo le tecniche antiche sia della raffigurazione sia dela tecnica a tempera a olio. Il suo modo di fare immagine torna a condurre l’osservatore alla meraviglia al gioco dei ricorddi sommersi dal presente, allo stupore e quindi all’introspezione. Un’altra peculiarità dell’opera di quest’artista è quella di unire in maniera armonica, l’idea concettuale che fu dell’arte metafisica con quella che fu la base del concetto dell’arte surrealista, due movimenti che Palumbo fonde usando l’amalgama della melanconia e della nostalgia quasi che in lui, dipingendo, cantino in un’unica voce, il suo essere bambino, ragazzo e uomo.

Se la metafisica si realizza nella rappresentazione di oggetti e scenari propri di una realtà che è fatta di una verità nuova che si cela in ogni oggetto, figura se solo si riesce a vederli o a immaginarli al di fuori del loro contesto”, spiega Giorgio De Chirico, e il surrealismo fu invece ricerca del non senso delle cose, del rapporto tra visione e racconto, della creazione di situazioni inattese e impossibili, della valorizzazione degli aspetti onirici e di ciò che cambia l’imagine in imago, magia come scriveva Renè Magritte, in Ciro Palumbo queste due correnti artistiche diventano concetti basilari su cui l’idea ispiratrice prende forma. Le opere di questa mostra sono anche l’evidenza del percorso artistico di Palumbo e non stupisce se in ogni quadro l’osservatore ci si rotrova perché lo stesso racconto “il viaggio del giovane vecchio” è fatto come le opere dell’artista, di umanitas, di cose comuni, di oggetti e di figure che fanno il quotidiano e diventano ricordi con la vita che passa.

Ma il compito che si è prefissato quest’artista è di dare rilievo a quell’emozione che è anche se uguale per tutti, rende ogni persona diversa per se uguale. Come se ciò che rende diverso effettivamente un uomo dall’altro è anche ciò che lo unisce e cioè il provare emozioni, sensazioni, sentimenti. Ogni elemento e simbolo nei quadri di Palumbo è avulso dalla casualità. Il cielo diventa così, lo sfondo, dove il tempo scrive gli aneliti dell’uomo con gli astri che passano e le nubi che segnano i tempi. L’acqua è il passaggio, simboleggia il cambiamento. Le statue sono la storia antica, che da voce a quella ancestrale, le statue sono la religiosità che si mischia con il misticismo antico e diviene magia e miracolo allo stesso tempo. I giochi sono la fanciullezza di cui si ha bisogno per fermare Crono e lasciare che sia Apollo o Dioniso con le loro ninfe e muse a guidarci nel Viaggio della vita, perché è nelle cose piccole che si specchia l’infinitamente grande. Nella filosofia che dipinge Palumbo Ares smette, almeno per un poco, i panni da guerriero e indossa quelli del giardiniere, e ci da l’illusione che sia per sempre. In questo modo il quadro può divenire una sorta di finestra sull’irrealtà del tempo che fu e su i sogni che ancora restano da vivere.

Nelle opere di quest’artista c’è la consapevolezza di essere uguali e diversi nell’animo, c’è la priorità e il rispetto per le cose che nutrono l’anima e la mente perché gli interessi materiali diventino necessità e mai superiorità. Perché nella favola che Ciro vuole raccontare, si legge che è questo che salverà il mondo e renderà finalmente ogni creatore, ogni creativo simile alla cosa da lui creata, Ciro Palumbo l’ha capito e ce lo racconta con la sua fiaba, con il suo viaggio, il viaggio del giovane vecchio, l’interludio.


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Adriano Olivieri

Raggiungere il “meta”
Di Adriano Olivieri

Nella vasta e variegata moltitudine di pittura figurativa, prodotta da un po’ di anni a questa parte, pare che un ruolo di primissimo piano, oltre certe sperimentazioni sulla materia – memori ancora dell’informale –, sia stato ricoperto essenzialmente da due tendenze: una che si avvale della fotografia, trascorrendo dalla pittura propriamente iperrealista a quella in cui l’utilizzo dell’obiettivo poggia su ragioni di mera comodità; l’altra, ispirata al surrealismo storico, si concentra sul mondo onirico. Mentre il linguaggio cubista, per esempio, metabolizzato per vie più concettuali che formali, non risulta tuttora utilizzato dai pittori per l’analisi spazio-temporale del reale, la pittura di matrice surreale ha continuato a raccogliere proseliti ai più svariati livelli qualitativi. Questo forse perché la pittura di un Magritte, un Delvaux o un Dalì, pur essendo stata rivoluzionaria nel contenuto si sviluppa in una trama pittorica leggibile, rassicurante per chi oggi aspiri a quell’ipotetico e mai raggiunto definitivo ritorno alla figurazione invocato da troppi anni. Molti pittori contemporanei si sono quindi collegati al linguaggio surreale, come a quello medesimamente attraente della metafisica di De Chirico e Savinio, come un modo per restare nella tradizione pittorica liberandosi nel contempo da lacci troppo vincolanti con la realtà da rappresentare.
Ciro Palumbo agisce nel solco di questa traduzione del linguaggio surreale, onirico e freudiano, realizzando una pittura, della quale non facciamo fatica a rintracciare i riferimenti storici, che s’impernia su un numero limitato di soggetti posti costantemente in dialogo fra loro attraverso variazioni di accostamento, distribuzione, grandezza, forma e colore. Fra questi soggetti ricorrono con frequenza: le stanze senza soffitto, i giocattoli, l’isola di bökliniana memoria, le statue classiche, il mare, la sottesa mediterraneità immersa in un costante e cromaticamente acceso tramonto.
Gli oggetti della messa in scena, improbabili, certo, ma dipinti come credibili, divengono allusione a qualcosa che sta oltre la loro semplice presenza fisica e razionale utilizzo. Di essi l’oggettiva funzionalità, già messa in crisi dalla forma incompleta o abnorme – cosa ce ne faremmo di una stanza senza soffitto o di enormi giocattoli? –, è ulteriormente compromessa dalla reciproca collocazione – una barca sospesa nell’aria – che ne porta in evidenza un contenuto altro, non fisico ma trascendente. Ne risulta una pittura fiabesca, tesa al raggiungimento di un significato ulteriore, a un grado di esistenza spostato altrove, atemporale, astorico e indefinibile: in una dimensione metafisica appunto. In questo modo la pittura di Palumbo costruisce un sostrato immaginifico e trae dalla pittura metafisica il complessivo senso del mistero e del sogno.
Queste opere, con criterio geometrico e salda struttura spaziale, suggeriscono una rappresentazione teatrale e visionaria anche quando non raffigurano direttamente un sipario o una tenda scostata a mostrare un paesaggio. Proprio l’ammiccante orchestrazione, l’assemblaggio di elementi contraddittori e incongrui, tipicamente surreale, ci invita a percepire il dipinto come una personale e intima visione quale potremmo averla assistendo a un nostro sogno. I viaggi chimerici di Palumbo sono favole classicistiche create su misura, sogni liberamente costruiti sulle simbologie oniriche e sulle teorie freudiane dei moti dell’inconscio. Gli interni prospettici, l’ambientazione naturale, le sculture e i frammenti archeologici vogliono fare leva su una memoria antica, su ricorrenti esperienze inconsce, rielaborate in modo da suscitare sensazioni e sentimenti non direttamente e logicamente collegati ai singoli elementi del dipinto ma immersi in un sistema di libera interpretazione della tela, in una trama di riferimenti altamente suggestiva.
Fra questi suggerimenti quello al viaggio è sicuramente uno dei più ricorrenti nel percorso di Palumbo, per il quale il mare ne è indispensabile metafora. Prendere la via del mare o tornare dai marosi è il viaggio per eccellenza: infernale o paradisiaco, vero o presunto, reale o immaginario, breve o infinito, mortale o vitale. La direzione stessa è costantemente messa in dubbio, ossia non sappiamo se essi siano viaggi di andata o di ritorno. Spesso i suoi giocattoli eletti ad autentici protagonisti in luogo dei personaggi umani intraprendono una strada che li porta all’interno del dipinto verso un punto focale rappresentato alternativamente dall’isola, dal tempio o dal teatro, e ne escono trasformati, rigenerati e pronti per una nuova meta. Queste costruzioni, infatti, il tempio in particolare, sono scatole magiche che vogliono figurare il sapere, la memoria e la speranza. Il viaggio quale condizione indispensabile dell’esistere è rappresentato attraverso il fluttuare di onde che lambiscono spiagge o che sciabordano su palchetti di stanze che si affacciano inverosimilmente sul mare. Le linee di fuga dei dipinti conducono quindi a ipotetici luoghi di approdo, delle Itaca o Citera alle quali giungere ma dalle quali ripartire. Queste isole spesso ridotte a scogli ad anfiteatro, rocce sulle quali mettono radici affusolati cipressi, si rifanno alla celebre “Isola dei morti” dipinta da Arnold Böcklin, modello del quale perdono la grave e onirica meditazione sulla morte che aveva affascinato Freud traducendosi viceversa, con il gusto della citazione, in un atollo di vita, di mutazione, di memoria, di riposo addirittura, sul quale si incagliano sfere e parallelepipedi colorati. La letteratura e l’arte è densa di riferimenti a isole reali o immaginarie; da quella che non c’è di Peter Pan, fantasiosa e infantile, alla mitica Atlantide affondata in un oceano che forse coincide con il nostro subconscio. In Palumbo tuttavia l’isola rappresenta la muta custode della memoria di un mitico passato, ricetto di un’immagine mai estinta di classicità che si manifesta esplicitamene nei ricorrenti riferimenti alla Grecia, a Roma e a Canova. Fra i contemporanei Igor Mitoraj è uno dei maestri d’elezione di Palumbo il quale cita lo scultore polacco nelle ciclopiche figure di pietra che campeggiano su alcune tele; figure bendate o strette da lacci che paiono animarsi, prendendo colorito e inoltrandosi in una terra di mezzo, ibrida fra la fissità della roccia e l’animazione dell’essere vivente.
Gli stessi giocattoli e le navi dipinte con gusto grafico nell’impaginato e con colori saturi, formano delle nature morte metaforicamente e letteralmente sospese in un mondo fiabesco non lontano dal realismo magico e da molta pittura figurativa contemporanea russa. La diffusa sensazione ai limiti dell’allarmante è suscitata in particolare dai giocattoli i quali, nel momento in cui perdono la loro dimensione ridotta – adatta a facilitare la manipolazione, il controllo mentale e lo sviluppo dell’esperienza infantile –, cedono la dimensione ludica lasciando il posto a un’impressione inquietante che supera la soglia di attenzione, come fossimo prossimi a un pericolo. Sfere e scatole da circo, colorate con strisce e stelle, escono dal nostro controllo divenendo indipendenti e funambolici personaggi di un mondo altrimenti disabitato. Ma ancora una volta Ciro Palumbo si attiene a un universo nell’insieme pacifico, a tratti ironico, dove anche questa sensazione di allarme viene contenuta in situazioni trasognate grazie alla costante presenza di caldi cieli serali, stellati o dominati da grandi lune.
La recente produzione pittorica di Palumbo si estende al di là della ricerca fin qui descritta attraverso un tema comparso progressivamente a partire dal 2004: le sospensioni. In sintonia con la mostra permanete di Palazzo Oddo, intitolata “Magiche trasparenze” e dedicata ai reperti archeologici portati alla luce nella zona di Albenga, Palumbo intitola a sua volta “Magiche sospensioni” la propria mostra. Isole, navi, statue, case e giocattoli, danzano sospesi nell’aria in una dolce levitazione, come bloccati nell’istante prossimo a un accadimento. Sensazione di enigma e di mistero aumentata dall’aspetto delle statue sempre in bilico fra il mondo dei vivi e quello dell’eterna fissità. La pittura di Ciro Palumbo insiste quindi su un percorso che in questi anni ha prodotto tanta pittura figurativa partendo, nel suo caso specifico, da alcuni maestri storici per poi deragliare progressivamente in percorsi alternativi che si sono avvalsi anche del materismo – sulla falsariga informale – del collage, dell’inserzione di parole scritte e di mirati riferimenti alla fotografia e al cinema.

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Lucia Covella

Passione
di Lucia Covella


Si dice che la vita non è quella che sogniamo, ma quella che ci capita giorno dopo giorno!
Sembra che frase più vera di questa non sia mai stata detta, ed è ancora più vera guardando i dipinti di Ciro Palumbo.
Infatti l'artista ha colto in pieno il senso di questa frase: egli dipinge fantasie e sogni, giochi e perdizioni, fiabe e racconti di ogni tipo, un sogno che non finisce mai immerso in un turbinio di oggetti, figure e paesaggi immaginari, una realtà sognata, fantasticata… non quello che ci capita giorno dopo giorno, ma appunto quello che sogniamo.
Palumbo, come un grande scrittore, racconta l'essere e il non essere, tanto noto e sfruttato, in pochi particolari, in piccoli gesti: quando la realtà opprime si cerca nel sogno un motivo per darsi forza.
Racconta l'assoluto in una prospettiva di un cielo nuvoloso che si schiarisce all'orizzonte e va fino in fondo al cuore, ad emozionare.
Ci si perde su una barca senza timoniere, trasportati chissà dove, come quando innamorati di un'idea, ci si lascia trasportare senza regole dalla passione.
E' la passione infatti a far muovere il mondo da sempre, e a dare la spinta giusta per amare la vita.
Perché la vita non è vita se non è sorretta dalla passione!
Eppure nei dipinti di Palumbo c'è un cielo da temporale, un vento che piega gli alberi, una tempesta da togliere il fiato.... ma la barca va, fin su un'isola sperduta chissà, per poi ripartire di nuovo,
La passione pure! Nonostante delusioni, momenti bui, difficoltà insormontabili, dolori incolmabili.
In fondo, appena visibile un orizzonte terso, limpido... in fondo si può arrivare e questo sogno può realizzarsi dove, superate le angosce e le paure, tutto si schiarisce, e allora si ricomincia di nuovo, un'altra tela, un altro sogno, un 'altra passione... la vita, perché a volte l'immaginazione aiuta molto più della conoscenza.
Ciro Palumbo, dunque, dipinge la vita unica e irripetibile, quella dell'anima, quella intima, quella del cuore, quella della passione, motore della vita di ogni giorno.
Vita che sfugge dalle mani per finire attraverso i pennelli e i colori, sulle tele dell'artista in forma diversa, onirica, fantasiosa, ironica, divertente.
Sogno e realtà, gioco e verità, non si sa mai quale è il limite che li separa, e quale nella vita ha più valore, quale nel mondo di ognuno di noi riesce a fare più presa.
Sicuramente nei vari mondi di Palumbo il gioco e la fantasia sono determinanti, e parlo di mondi perché ne dipinge tanti e in tanti modi dove ognuno di noi può ritrovarsi, immergersi, sognare, e farsi trasportare dalla passione e dall'amore per la vita.

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Simone Bertolini

Microcosmi dagli orizzonti infiniti
sogno e realtà: due facce della stessa medaglia
di Simone Bertolini


Nel guardare intensamente le opere di Ciro Palumbo bisogna ammettere che si provano intime emozioni, diverse, contrastanti, che indagano superficialmente i nostri pensieri per penetrare sempre più a fondo nella nostra essenza e che ci lasciano dentro qualcosa di nuovo ogni qual volta ci facciamo trasportare in questa commistione di sogno e di realtà.
Ma dove finisce il sogno? Dove inizia la realtà?
Queste sono alcune domande che mi sono posto nell’osservazione attenta dell’opera di Palumbo e sebbene credo che forse una risposta oggettiva in assoluto non ci sia, ho cercato di farmi suggerire dai dipinti del maestro la sua risposta, la sua interpretazione della questione.
Il confine non esiste, sogno e realtà sono due facce della stessa medaglia: la vita!
Nei suoi dipinti, Palumbo mischia con sapienti giustapposizioni elementi reali quali alberi, torri, vascelli, statue classiche, sfere e palline, ma li colloca in luoghi che, sebbene siano contraddistinti dal mare e da cieli densi di nuvole o stelle, sono in realtà non-luoghi surreali per le atmosfere che emanano.
L’atmosfera che si respira nelle opere di Palumbo è la chiave per capirle.
Attraverso colori vivaci, che toccano la nostra sensibilità per il modo in cui sono accostati e per la loro varietà, grazie ad una luce calda e vibrante e a trapassi chiaroscurali delicati, Palumbo riesce a creare luoghi onirici che ben accolgono le creazioni mentali metafisiche più disparate.
Essi rimandano direttamente ad un’idea di come, secondo lui, dovrebbe essere il luogo nel quale nascono le creazioni del nostro subconscio, che partono da elementi reali, ma seguono regole dettate dal caos.
Ma, a differenza degli oggetti, questi luoghi delineati dal pittore non sono dominati dalla casualità, anzi ci trasmettono un senso di pace quasi divina, che arriva dritto alla nostra anima e ci consente di codificare le immagini e i concetti che vuole esprimere l’artista come il tema del viaggio, del mistero, del gioco, celati dietro gli oggetti-simbolo che popolano le rappresentazioni e dietro le loro combinazioni.
Emblematici gli alberi collocati su porzioni di terra fluttuanti, non ancorati al terreno, proprio perché i luoghi di Palumbo non danno solido appoggio alle cose, ma creano atmosfere governate da un caos calmo in continuo divenire, basato su una surreale armonia delle parti, cangiante e allo stesso tempo eternamente perfetta
Atmosfere capaci di accogliere i pensieri più reconditi dell’animo dell’artista ma che si offrono come tela bianca agli spettatori che vogliono giocare ad indagarsi.
A volte include anche testi e frammenti di testi, perché anche la parola come gli oggetti presenti veicola immagini e quindi concetti.
Microcosmi dagli orizzonti infiniti, dominati da un ordine che la sapiente mano del maestro impartisce alle cose in apparente caos.
Microcosmi dagli orizzonti infiniti… metafore della vita: apparente caos ordinato.

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Francesca Bogliolo

Le mille e una notte di Palumbo.
Di Francesca Bogliolo


“ Chiaro che può essere soltanto un sogno, nella vita reale non s’è mai visto un viaggio così.”

da: J. Saramago, ‘Il racconto dell’isola sconosciuta’


Il sogno a cui fa riferimento Ciro Palumbo ha origine nelle notti dei tempi, nelle mille ed una notte in cui Sherazade, con la magia dei suoi racconti, ottiene salva la vita affabulando con la prospettiva di un’esistenza immaginaria il suo sposo, il re Sahrigar, che la vuole morta.
Sherazade prende il tiranno per mano e lo conduce in un mondo di pura invenzione, fatto di fantasie e seduzioni, timori ed incantesimi, intrighi ed atti eroici, offrendogli in dono una sorte alternativa partorita dall’immaginazione, un destino fantastico in grado di sedurre il sovrano feroce e di cambiarne la natura penetrandone la profondità dell’anima.
Allo stesso modo, Palumbo conduce per mano lo spettatore in un mondo coerente con la tradizione metafisica di cui si nutre, popolato di oggetti simbolici, spazi desertici, scenografie enigmatiche, suggestioni che comunicano un senso di inquietudine. Pure, non è l’evidenza iconografica a comunicare ad occhi desiderosi di significato, bensì l’atmosfera percepita da chi osserva, che è insieme tensione ed attesa. Non si tratta di una sosta statica, immobile in un tempo sospeso: per Ciro Palumbo l’attesa è ricerca, e ricerca è un viaggio per cui
si parte sapendo che la meta altro non è se non il viaggio stesso.

“Voi che ne pensate, Che bisogna allontanarsi dall’isola per vedere l’isola, e che non ci vediamo se non ci allontaniamo
da noi.”
da: J. Saramago, ‘Il racconto dell’isola sconosciuta"


Palumbo compie il viaggio, che è un salto verso l’inconscio, tramite la pittura, che traghetta pittore e spettatore in una surreale atmosfera onirica popolata di oggetti reali, in una dimensione interiore inconscia eppure conosciuta, come quella del sogno.
La pittura è un vascello, che conduce ad un’isola sconosciuta che in realtà si trova dentro noi stessi. Noi, essendo, ci conosciamo, eppure sentiamo la necessità di partire, insieme a Palumbo, alla ricerca di noi stessi.
L’inconscio del pittore è la realtà avvolta dal velo del mistero: la luna, il cavallo, il deserto sono icone riconoscibili, ma la loro associazione ed il loro inserimento in un paesaggio transitorio fatto di quinte aperte, strutture in volo ed elementi che conducono in viaggio, suggeriscono nuove suggestioni derivanti da un poliedrico mondo fantastico, che ha suoi protagonisti e sue storie da raccontare, ma un’unica anima, che è necessità artistica.
Per Palumbo partire diviene allora, come il narrare per Sherazade, una questione di vita o di morte, un’esigenza di espressione che è salvezza, un’illusione magica e giocosa destinata a fronteggiare la barbarie quotidiana dell’esistenza, una visione che si può avere semplicemente chiudendo gli occhi e continuando a viaggiare in sogno verso noi stessi.
In questa narrazione visiva, il colore e le linee possono stupire come le parole di una fiaba contemporanea, possono permettersi di deridere la realtà con fantasia e di evocare un mondo in cui gli archetipi cambiano significato, in cui persino il cavallo di Troia, da portatore di sventure diventa portatore di gioia come i cannoni di bronzo di un racconto di Rodari.

“Lo Stragenerale Bombone Sparone Pestafracassone ordinò: - Fuoco! Un artigliere premette un pulsante.E d’improvviso, da un capo all’altro del fronte, si udì un gigantesco scampanio: Din! Don! Dan! Noi ci levammo l’ovatta dalle orecchie per sentir meglio.- Din! Don! Dan! – tuonava il cannonissimo. E centomila echi ripetevano per monti e per valli: - Din! Don! Dan! - Fuoco! – gridò lo Stragenerale per la seconda volta: Fuoco, perbacco! (..)Poi ci fu un momento di silenzio. Ed ecco che dall’altra parte del fronte, come per un segnale,
rispose un allegro, assordante: - Din! Don! Dan! Perchè dovete sapere che anche il comandante dei nemici, il Mortesciallo Von Bombonen Sparonen Pestafrakasson, aveva avuto l’idea di fabbricare un cannonissimo con le campane del suo paese. - Din! Dan! – tuonava adesso il nostro cannone.- Don ! – rispondeva quello dei nemici. E i soldati dei due eserciti balzavano dalle trincee, si correvano incontro, ballavano e gridavano: - Le campane, le campane! festa! scoppiata la pace!” Sembra di assistere al tentativo, da parte dell’artista di trovare una risposta al quesito proposto in prosa da Michael Ende, secondo cui “soltanto chi lascia il labirinto può essere felice ma soltanto chi è felice può uscirne”.


La ricerca, compiuta tramite il viaggio interiore, che permette di oltrepassare con mezzi tangibili il confine del reale, da’origine ad una poetica coerente portata avanti con volontà espressiva, al centro della quale si situa, come un’apparizione simbolica su di una tela, la grande sfera immaginaria della magia.

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Chiara Manganelli

IL LUOGO DEL NON LUOGO
LA CITTA' ALTROVE
OLTRE LA REALTA' FISICA:
POLIS META-FISICHE'
DI CIRO PALUMBO

"I sogni non vogliono farvi dormire, al contrario, vogliono svegliare."
(R. Magritte)

Un luogo etereo, silente, affastellato di simboli magici e onirici, dove ogni cosa non si limita a essere unicamente ciò che sembra, ma racchiude sempre una doppia anima, una lettura “altra”, una sfumatura nascosta che si svela solo se si è capaci di superare i consueti canoni interpretativi per abbracciare strade nuove e sorprendenti. In questo luogo ciò che appare rimanda altrove, a substrati dimensionali e temporali seppelliti tra le stropicciature ammiccanti e sonnecchianti di un “Io” segreto e arcaico, evanescente ma potente, teatro di stratificazioni emotive, spirituali e “filogenetiche” millenarie, magnificamente feconde e visionarie. Un mondo che serba nella propria essenza significati arcani e trascendenti, che trovano senso e intelligibilità solo compiendo un salto quantico all'interno di noi stessi.
E' la “Polis Meta-fusichè”, il nuovo progetto artistico di Ciro Palumbo, che richiama capolavori della letteratura e del pensiero filosofico come la “ Res Pubblica” di Platone”, “Utopia” di Thomas More, “La Città del Sole” di Tommaso Campanella e le “Città Invisibili” di Italo Calvino.
I riferimenti concettuali a questi testi sono più o meno evidenti e palesi, ma in Palumbo non c'è, ovviamente, una volontà di teorizzare un sistema politico ottimale da applicare a un qualche sistema sociale. L'analisi del pittore torinese va ben oltre e si articola su un altro piano di realtà: egli parla per simboli figurativi senza voler stabilire aprioristicamente dei canoni e dei parametri universali. E' colui che guarda che deve decodificare i messaggi presenti sulle tele di Palumbo, e percepirli, elaborarli, farli propri, grazie a un processo maieutico che parte dall'evocazione di una miscellanea di sensazioni ed emozioni – magnifica prerogativa esclusiva dell'arte - per arrivare a una consapevolezza profonda di Sè e di ciò che ci circonda. Dunque, come nelle “Città Invisibili” le città esistono solo nella mente del viaggiatore (Marco Polo), così, nella polis metafisica, è lo spettatore che crea la sua città nel momento in cui la contempla, rendendola viva, pulsante, reale e tangibile. E Palumbo, come Calvino, diviene l'affabulatore che inventa e plasma i mondi che dipinge, trasformando la pittura in “metapittura”, attraverso un processo “metanarrativo” per immagini.
La città metafisica è dunque un'utopia. Ma il termine deve essere inteso secondo l'accezione originale, dal greco antico (“ou-topos” = non-luogo), e non secondo l'accezione che ha assunto nell'attuale vocabolario comune, che l'ha snaturato, trasformandolo in sinonimo di qualcosa di irrealizzabile e impossibile. Il “non-luogo” è un luogo che, al contrario di quanto potrebbe apparire, non nega altri ipotetici luoghi attraverso una determinazione precisa e categorica di attributi e valenze, bensì è il luogo che, proprio perchè non si caratterizza in modo preciso e incontrovertibile, può essere tutti i luoghi possibili. Qui la negazione non è un limite o un vincolo, ma una risorsa, una chiave che apre infinite serrature.
La città, normalmente, ci fa pensare a qualcosa di soffocante, a un gorgo ingarbugliato di cemento liquido e caos. Ma la città metafisica è cosa assai differente. E' un “non-luogo”, appunto, e come tale, in virtù di un sillogismo quasi naturale, è il luogo del Sogno.
La polis di Palumbo ammicca, seduce, ma bandisce dalle proprie vie e piazze l'occhio raziocinante, il Sè cerebrare che tutto controlla (o si illude di controllare!) e tutto ghermisce con ottundimento e arroganza, secondo inappellabili e ferree regole “algebriche”.
Questa “città del sogno” si snoda tra i dedali affascinanti e ambivaleti dell'inconscio, e lì si nutre di linfa e di luce.
Tra i palcoscenici suggestivi delle opere di Palumbo, popolati da angeli e palazzi irriverenti e indisciplinati, appare un'isola fantasmagorica, sospesa tra mare e terra; essa rappresenta il tempio consacrato all'universo onirico. E qui c'è un chiaro riferimento alla “Città del Sole” di Campanella.
L'isola è il territorio di partenza e di approdo; è al contempo una porta che si spalanca su viaggi rocamboleschi e una sorta di Itaca metafisica, che fluttua oltre il tempo, nutrendosi dei sogni latenti dell'anima.

"Se nel sonno la coscienza si addormenta, nel sogno l'esistenza si sveglia."
(M. Foucault)

Chiara Manganelli


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Paolo Levi

L’INQUIETUDINE DEL SOGNO

Ciro Palumbo è un artista che ama la provocazione, ma non tanto nel senso di una sfida, quanto come intento di sedurre. Egli proviene, o per meglio dire, si è immesso da tempo nella tradizione metafisica: gli interni abitati solo da oggetti inanimati e da sculture classiche, i paesaggi marini con un’isola, sono evidenti richiami a Giorgio de Chirico e ad Arnold Böcklin. Ma nel suo modo di concepire l’arte pittorica – lavorio continuo e meditato, fatto di applicazione, di studio del colore e degli spazi, di preciso calcolo delle alternanze fra pieni e vuoti, di calibratura dei toni, dell’ombra e della luce – egli lascia anche trapelare la sua devozione ai maestri del museo della storia dell’arte italiana, e più in particolare alla tradizione rinascimentale, quando la creazione artistica rispondeva a leggi prospettiche e compositive ineludibili. Le sue espressioni figurali riferiscono quindi di una cultura profondamente assimilata e di un percorso meditato e coerente alla ricerca dei sottili legami che collegano l’arte classica alla modernità.
Da un punto vista strettamente stilistico, egli non sembra appartenere al nostro presente – del resto la sua eleganza è felicemente lontana da certe esibizioni che ci sottopongono gli artisti di oggi – e tuttavia va sottolineata la qualità concettuale della sua ricerca tematica e visiva, che si svolge in un contesto impregnato di emotività e di sensibilità tutta contemporanea. Quando affronta la tela non lascia nulla al caso: i suoi pigmenti variegati e aggreganti completano un’intensa trama segnica, perfettamente preordinata. Le isole, il mare, gli oggetti nelle stanze vuote, le statue di memoria ellenistica, si compongono in strutture rigorosamente equilibrate, sia dal punto di vista spaziale, sia della coerenza contenutistica, dove le immagini traducono i simboli onirici in allegorie dell’assenza e del silenzio. Le finestre che si aprono verso il mare, le costruzioni circondate dagli alberi, i cieli spesso ombrosi di nuvole, segnano un universo di linee, di masse, di colori forti, di stesure tutt’altro che semplici.
Ma questo non è sufficiente per continuare a ripetere la sua adesione agli stilemi della metafisica, in quanto i suoi fondi contrastano con le masse cromatiche uniformi e asettiche, che caratterizzano gli oggetti in primo piano, seguendo una linea tonale diversa e mossa da sovrapposizioni di colori ben leggibili. A livello esclusivamente visivo, se si accolgono otticamente queste campiture, ci si accorge come Palumbo abbia anche seguito la lezione tecnica dell’Informale.
Ciro Palumbo non è solo un pittore, ma di fatto un poeta che riflette, agisce e compone per coniugare metafore sull’inafferrabilità del tempo e l’incommensurabilità dello spazio, mostrando quindi la sua capacità di approfondire l’osservazione non tanto della natura, quanto delle impressioni immaginifiche che provengono dalla memoria di un tramonto o di un’alba sul mare. Emblematica a questo proposito l’assenza totale dell’uomo: solo effigi statuarie evocano i sentimenti congelati di amori inesprimibili.
Il vuoto e l’assenza però si aprono talvolta al gioco, insinuando la malizia di un teatrino, di una barchetta, di un Pinocchio, di una palla, di un cappello da illusionista. In tutto questo c’è forse una rievocazione dell’infanzia, come momento magico di verità. A questo si aggiunge il sospetto che anche le citazioni classicistiche vogliano rimandare a un mondo arcaico più sapiente e più semplice da capire, a una sorta di infanzia dell’umanità, popolata da demoni e divinità protettive. Un mondo legato ai cicli della natura di cui rimangono solo le immagini archetipiche dei nostri sogni.

Paolo Levi

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MARE DI PAROLE
OCEANI DI COLORI
“Ecco, tu sai che la poesia è creazione e ha un significato quanto mai vasto; tutto ciò, infatti, per cui qualcosa passa dal non essere all'essere è poesia, e quindi ogni attività creativa è poesia, e tutti i creatori sono poeti”
Platone, Simposio

“Il mare è un antico idioma che non riesco a decifrare”

Jorges Luis Borges

Un mare.
Mare che si muove articolando sussurri e si intreccia alle sferzate del vento di libeccio.
Mare che nella notte inghiotte e intrappola tra reti di fioche lampare i sogni sospesi nel cielo, e li rigurgita all'alba sull'orlo iridescente della battigia, accoccolati tra le insenature eburnee delle conchiglie.
Sulla sua superficie irrequieta si increspano e incespicano orde di desideri che si accartocciano e si avviluppano tra loro, precipitano affondando tra gli abissi, per poi risalire coperti di salsedine e fradici di azzurro.
Le voci mute dei pesci guardano i pionieri temerari che si avventurano nell'imprevedibile languore del suo mistero come fossero schivi schiavi di romitaggi paradossali senza fine.
Le parole sono come sassi piatti che spezzano la quiete immobile, disegnando anelli concentrici dentro i quali si insinuano gli sguardi obliqui e audaci di segreti che sgranano tra le pupille lapilli di bellezza suadente e silente.
Una mano raccoglie le conchiglie sparse sulla sabbia, le ausculta, le strofina ripulendole dai detriti, le nutre di sole e le ripone dentro uno scrigno sommerso. Lì il tempo le consuma, ne divora l'involucro calcareo, fino a lasciarne intravvedere la loro anima nascosta. Quando la mano apre lo scrigno si sprigionano spirali di colori cangianti e fiumi di parole incandescenti.
Fiumi che portano al mare. Spirali che si arrampicano fino al cielo.


VOYELLES

A nera, E bianca, I rossa, U verde, O blu: vocali!
Un giorno dirò le vostre segrete origini:
A, nero vello sul corpo di mosche splendenti
Che ronzano intorno a crudeli fetori,

Golfi d'ombra; E, candori di vapori e tende,
Lance di fieri ghiacciai, bianchi re, brividi d'umbelle;
I, porpora, rigurgito di sangue, labbra belle
Che ridono di collera, di ebbrezze penitenti;

U, cicli, vibrazioni divine dei verdi mari,
Pace di pascoli d'animali, pace di rughe
Che l'alchimia imprime sulle ampie fronti studiose;

O, suprema Tromba piena di strani stridori,
Silenzi attraversati da Angeli e Mondi:
O, l'Omega, raggio viola dei suoi Occhi!

Arthur Rimbaud



�Mare di parole” è l'ultimo progetto artistico di Ciro Palumbo. Un progetto che mescola risonanze letterarie e metafisica pittorica, creando interessanti e suggestive commistioni concettuali, stilistiche e tecniche.
Le parole, nelle opere di Palumbo, diventano supporto su cui distendere e dipanare la fantasia. Un mare placido e accogliente di segni impalpabili, ricolmi di significati e ammiccamenti. Palumbo prende le parole e le ri-racconta, le ri-combina, rifacendosi a una lunga tradizione artistica che vede nel Novecento il secolo della “poesia visiva”, in cui le parole diventano anche immagini, slittando verso nuovi orizzonti semantici, e vengono arricchite e impreziosite attraverso la pittura, la cinematografia e le arti visive.
Una tradizione che vede il proprio geniale antesignano in Arthur Rimbaud, nella sua poesia veggente, struggente e ruggente, nelle sue vocali che acquistano valenze emozionali e cromatiche. Perchè la letteratura non interessa solo il senso della vista, ma solletica e risveglia anche gli altri sensi.
Il legame tra immagine e parola è atavico e affonda le proprie radici nella culla della civiltà: i geroglifici egizi sono un esempio di come, in molte società antiche, immagine e scrittura fossero intrinsecamente connesse. Il nostro alfabeto occidentale moderno, invece, contiene grafismi che non hanno nessun nesso con le immagini mentali, e il segno è una pura convenzione concettuale e autoreferenziale, che non rimanda a nessun codice visivo noto. Un astrattismo estremo, dunque, che ha creato, nella nostra cultura, un divario enorme tra linguaggio e rappresentazione.
Palumbo prosegue un cammino intrapreso dai futuristi e ricalcato poi dai surrealisti, dai dadaisti e dalla pop art. Riprende l'affascinante tradizione del calligramma, un genere di poesia che risale all'antichità classica (il tecnopegnio di Simmia di Rodi, IV sec. a.C), che si sviluppa nei secoli XV e XVI, con la poesia figurativa umanista, fino ad essere ripreso dalle avanguardie artistiche del novecento, e che trova in G. Apollinaire uno dei suoi più celebri esponenti.
Questo genere letterario coniuga esigenze dialogiche e risonanze figurative, assemblando i significanti in modo da creare architetture grafiche bizzare e bizzose, dando vita a un “versilibrisme” affascinante e paradossale.
Nelle tele di Palumbo non ci sono cannoni che sputano lettere, come in G. Severini, nè vortici di parole, come in F. Depero; la sua poetica si differenzia dal movimento futurista, sia dal punto di vista concettuale, sia dal punto di vista formale, perlustrando diverse sfaccettature del binomio pittura-letteratura.


“Cara immaginazione, quello che più amo in te è che non perdoni.
La sola parola libertà è tutto ciò che ancora mi esalta. La credo atta ad alimentare, indefinitamente, l'antico fanatismo umano. Risponde senza dubbio alla mia sola aspirazione legittima. Tra le tante disgrazie di cui siamo eredi, bisogna riconoscere che ci è lasciata la massima libertà dello spirito. Sta a noi non farne cattivo uso. Ridurre l'immaginazione in schiavitù, fosse anche a costo di ciò che viene sommariamente chiamato felicità, è sottrarsi a quel tanto di giustizia suprema che possiamo trovare in fondo a noi stessi.”

André Breton, Manifesto del Surrealismo


Nelle opere dell'artista torinese la letteratura si veste di un senso mistico e onirico, è un ordito che intesse ancestrali memorie, miti e leggende, è una chiave per aprire le porte socchiuse dell'inconscio e del Sogno. La parola non è esplosione fragorosa, gioco dinamico e concitato, ma diventa simbolo lieve che si affaccia sulla realtà interiore piuttosto che sulla realtà esteriore, è forza centripeta anziché centrifuga, e rappresenta universi metafisici e surreali, che affondano le proprie radici nell'intimità dell'individuo, nel suo mondo segreto e nascosto, in bilico tra inconscio soggettivo e inconscio collettivo.
Letteratura e pittura si intersecano e attingono l'una dall'altra, giocano a rincorrersi, a specchiarsi reciprocamente, a scambiarsi stilemi e paradigmi, e l'intreccio che ne sortisce è un'alchimia suggestiva, evanescente, delicata.
La parola possiede anche una sua estetica visiva e formale, così come l'immagine racchiude in sé sprazzi di poesia e lirismo.


ll viaggio finisce qui:
nelle cure meschine che dividono
l’anima che non sa più dare un grido.
Ora i minuti sono eguali e fissi
come i giri di ruota della pompa.
Un giro: un salir d’acqua che rimbomba.
Un altro, altr’acqua, a tratti un cigolio.
Il viaggio finisce a questa spiaggia
che tentano gli assidui e lenti flussi.
Nulla disvela se non pigri fumi
la marina che tramano di conche
i soffi leni: ed è raro che appaia
nella bonaccia muta
tra l’isole dell’aria migrabonde
la Corsica dorsuta o la Capraia.
Tu chiedi se così tutto vanisce
in questa poca nebbia di memorie;
se nell’ora che torpe o nel sospiro
del frangente si compie ogni destino.
Vorrei dirti che no, che ti s’appressa
l’ora che passerai di là dal tempo;
forse solo chi vuole s’infinita,
e questo tu potrai, chissà, non io.
Penso che per i più non sia salvezza,
ma taluno sovverta ogni disegno,
passi il varco, qual volle si ritrovi.
Vorrei prima di cedere segnarti
codesta via di fuga
labile come nei sommossi campi
del mare spuma o ruga.
Ti dono anche l'avara mia speranza.
A nuovi giorni, stanco, non so crescerla:
l'offro in pegno al tuo fato, che ti scampi.

Il cammino finisce a queste prode
che rode la marea col moto alterno.
Il tuo cuore vicino che non m’ode
salpa già forse per l’eterno.
Eugenio Montale, Ossi di seppia, Meriggi e ombre, Casa sul mare

Il connubio crea equilibrismi arditi, logiche dialogiche, contaminazioni che fondando un linguaggio nuovo, che non è solo sintesi degli elementi, ma qualcosa di più. Il potenziale espressivo non aumenta solo in termini quantitativi, ma anche, e soprattutto, sotto un profilo qualitativo.
L'impiego di collage di pagine di libri sulla tela crea un effetto visivo di stratificazione e sovrapposizione di pensieri, sogni, storie e immagini, che, concettualmente, rimanda a una radice originaria che restituisce senso al presente. E' un modo di raccontare, attraverso il potere evocativo della pittura, ciò che a volte sfugge all'affabulazione pura, di ampliarne l'effetto catartico e proiettivo e di incrementarne la forza narrativa.
Un mare di parole dipinte dove fluttuano i sogni, zattere salvifiche che dispensano riparo dalle tempeste; un mare dove si recupera il filo rosso dell'esistenza, dove lo spettatore può voltarsi e guardare da dove viene e al contempo, proprio in virtù di ciò, può immergersi negli abissi del proprio essere, nel proprio tumultuoso e magmatico oceano, intraprendendo un viaggio infinito e incessante, un'odissea epica, misteriosa e incalzante.
E se si riesce a oltrepassare Scilla e Cariddi significa che l'isola è vicina, che il tempo può essere ingannato, che il canto delle sirene non ha mistificato i desideri e offuscato la rotta.

“[...]
Sul mare salato
si posa la luce e sui campi
d'ogni parte fioriti, e la bella
rugiada discende e le rose
fioriscono e i cerfogli
delicati
e il meliloto spruzzato
di bianco.
[...]
Saffo, poesie d'amore, 96. V.


“Più di quanto sia lecito,
più di quanto sia possibile,
come
un delirio di poeta incombe nel sogno,
enorme si fece il groppo del cuore,
enorme l'amore,
enorme l'odio.”
[...]
Vladimir Vladimirovic Majakovskij


“Chi può capire qualcosa della dolcezza se non ha mai chinato la propria vita, tutta quanta, sulla prima riga della prima pagina di un libro?”
Alessandro Baricco, Castelli di Rabbia

“I nostri sogni e desideri cambiano il mondo”
Karl Popper

“Non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare”
Seneca


La notte impone a noi la sua fatica
magica. Disfare l'universo,
le ramificazioni senza fine
di effetti e di cause ch si perdono
in quell'abisso senza fondo, il tempo.
La notte vuole che stanotte oblii
il tuo nome, i tuoi avi e il tuo sangue,
ogni parola umana e ogni lacrima,
ciò che potè insegnarti la tua veglia,
l'illusorio punto dei geometri,
la linea, il piano, il cubo, la piramide,
il cilindro, la sfera, il mare, le onde,
la guancia sul cuscino, la freschezza
del lenzuolo nuovo...
Gli imperi, i Cesari e Shakespeare
e, ancora più difficile, ciò che ami.
Curiosamente, una pastiglia può
svanire il cosmo e costruire il caos.

Jorges Luis Borges, Il sogno

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Rosanna Dell'Utri

Le Roccaforti del sogno
Il potere dei sogni. Così meravigliosamente smisurato, il potere dei sogni, da suggerire fiabe all’orecchio omerico di cantori di ogni dove, da sublimare l’essere alla dimensione semi-divina che tutto concede e può. Può creare, vivere di un’intensità millenaria, modellare paesaggi mentali in cui i protagonisti si alternano ma condividono, sempre, un non spazio, in cui l’unico escluso è il reale. E quando a sognare sono i pittori, con la netta volontà di raccontarli i sogni, attraverso linguaggi espressivi che conducano lo sguardo dell’estraneo fin dentro la natura dell’onirico, allora si assiste a un miracolo. Di chi trasforma in segno ciò che per gli altri rimane astratto, di chi dà forma e sfumature al sogno, di chi racconta una favola intrecciata alle pennellate, che ad ogni cambio di colore si gira pagina.
Ciro Palumbo, ovvero il Pittore delle isole. Il Sogno è l’anima della sua favola pittorica, e non esiste alcuna distrazione né fascino per null’altro che non sia Utopia. Ed eccolo il suo sogno, si staglia nitido sulla tela, senza sbavature, come se non esistesse altro che la certezza della sua forma in quella precisa e puntuale visione che è l’isola immortale. Accompagnato dal sussurrio di una musa che suggerisce incanti e sorride meraviglie, Palumbo tesse la trama della sua favola che tutta gira intorno allo scoglio, definendone i contorni e limandone la roccia, inaccessibile e lucida fortezza del sogno. L’artista come un viaggiatore su una nave sospesa che salpa e naviga senza timone alcuno, e l’isola, la meta prima e ultima, come visione in grado di nutrire e riempire occhi cuore e volontà, col suo carico di mistero e ammiccante speranza che chiama a sé. E il sogno si trasforma, perde e acquista segni e diventa isola lontana, zolla di terra calda che accoglie, roccia scoscesa e assurdamente in bilico sull’immobilità dell’acqua, torre dei giochi, torre di Babele. Mai la stessa isola quella di Palumbo, eppure sempre imprescindibilmente la sua. Sulle tele del pittore di Giaveno la favola prosegue lenta e inesorabile, e sulla nuova pagina, l’abbraccio mistico e consolatorio tra roccia e natura diviene metafisica visione di architetture distorte, strutture classicheggianti la cui pienezza inquieta. Il delirio del pittore si sublima in questa ultima fase di produzione in costruzioni lucide e circolari, talvolta metalliche, che sembrano riprodurre un movimento a spirale, movimento di un vortice che attrae e insieme respinge con la sua forza, che alletta e allontana, anche.
L’isola che ci appare è superba, nessun bisogno di acqua a significare l’essenza di quel che si vede, nessun bisogno dell’elemento primo che purifichi in un dipinto in cui tutto è sanguigno, come il cielo spesso di pennellate color porpora, alba e tramonto, principio e fine, e le inquadrature angolari di un occhio allucinato. E nella sua allucinazione, le torri e i Colossei che si schiudono per l’eventuale ingresso o si proteggono e con loro il segreto che custodiscono, diventano scenografie di un teatro sull’acqua, fondali lucidi e rocciosi dietro cui si celano quinte insondate; teatro che accoglie sogni, balocchi e speranze e contemporaneamente li respinge, così come all’isola si arriva con la nave carica di desiderio e aspettative, e dall’isola si va via, stanchi o appagati, ma sempre pronti per un altro viaggio, ennesimo viaggio.
Quelle che tratteggia il pittore delle isole, Palumbo, col suo instancabile tratto preciso e allusivo al tempo in cui nasceva l’epos, sono scene di incantevoli mondi paralleli, possibili inquadrature di realtà mentali il cui fascino forza l’occhio a seguire i percorsi disegnati. Incanto e rifugio, necessaria solitudine, porte di una città magica che ci è permesso solo intravedere e, nella penombra, già fremiamo per l’idillio.
Luca Motolese, in arte Akira Zakamoto.
Arte dai colori brillanti, la sua, su supporti quadrati, sempre della medesima dimensione, e gli elementi ritornano, puntuali, poiché suoi intimamente, come un sogno familiare che ricorre e non sorprende, accogliente nel circolo delle visioni; l’artista sembra trasporre sulla tela il negativo di miraggi notturni, fotografati nell’istante della rivelazione che apre gli occhi, anche nel sonno. Pittura senza filtri, varco nella mente nella piena fase allucinata in cui la visione si manifesta trepidante e vera. E così eccole, le stelle che illuminano, le pietre sospese nel vuoto, astronavi che brillano di scie vivifiche in una dimensione che nulla ha di reale. E in primo piano, con lo sguardo fisso in quello dell’osservatore, volti di angeli mostrano la via del possibile, indicando l’isola dell’eterna beatitudine, il pianeta su cui l’uomo troverà salvezza, sempre viaggiando, personale esodo.
C’è un universo pieno nelle tele dell’artista e dietro le immagini, vivide, una filosofia dell’esistenza che traspare e si manifesta attraverso quadri-racconti ricchi di segni, allusioni, trame che mai si esauriscono alla sola occhiata fugace. Il pittore torinese dal nome orientale imposta la sua pittura, tutta, sul senso di un contatto con un altro mondo, ponte che attraverso la deliziosa ignoranza di bambini-Maestri e di creature angeliche ancora non contaminate, permette all’uomo di atterrare nel non-luogo, dove la bellezza può essere assaporata e colta, in una dimensione priva di condizionamenti. Anche per Zakamoto, come per Palumbo, è Utopia.
Quando due pittori si uniscono nel segno dell’onirico si assiste a un miracolo, dicevamo. Si assiste alla costruzione di un’inespugnabile fortezza del sogno, alla volontà di delineare marcati i confini di un limbo in cui la creazione è condivisa e il passaggio verso il non-luogo è offerto e raccontato. Ed è questa la storia che in una torre a Rivoli verrà narrata a settembre, attraverso l’esposizione di dipinti i cui differenti linguaggi Palumbo-Zakamoto parleranno della stessa visione altra. La Torre della Filanda, dal 23 settembre al 1 ottobre diviene infatti luogo sacro in cui dipinti e realtà indefinibili, al limite tra arte visiva e uditiva, coinvolgeranno il pubblico in un viaggio percettivo dalle sfumature sonore e tattili. Dove gli angeli di Zakamoto vivranno, sorridenti, tra le rocce delle isole di Palumbo, nelle intoccabili Roccaforti del sogno.

La metafisica dei colori di Ciro Palumbo
Quaranta opere, quaranta dipinti dell’artista Ciro Palumbo per continuare il viaggio lungo i microcosmi sospesi, isole cromatiche che richiamano l’occhio e lo trascinano nel labirinto simbolico delle tinte. Tutto è colore sulle tele del pittore, ogni immagine dipinta a olio o a tecniche miste racconta una storia che si nutre di segni e simboli, di tratti netti e insieme sfumature che si perdono nell’inconscio e sollevano interrogativi, veicolati dall’uso di accostamenti cromatici che ritornano come suggestiva cifra pittorica.
A partire dal 10 ottobre 2007, la galleria di Palazzo Coveri, a Firenze, diventa alcova artistica, luogo di passaggio dal reale al magico in cui si celebra la funzione mistica del colore, anello di congiunzione tra terra e cielo.
Di fronte alle tele di Palumbo, si assiste alla nascita cosmica di tinte che conservano il significato primigenio e insieme lo arricchiscono di aspetti personali, affondando l’essere nella storia dell’uomo prima ancora che in quella del pittore.
Così prendono piena forma drappeggi cieli giochi, a svelare incontri di pennellate che risvegliano dinamiche emozionali, a rivelare più di tutto l’identità nascosta di un Giano bifronte in cui agli aspetti esteriori corrisponde un’interiorità univoca. Rosso e Blu, nelle loro infinite sfumature, divengono protagonisti indiscussi, archetipi opposti che avvicinati vivono in un accostamento in grado di risolvere l’apparente dualismo: il colore della forza primordiale all’origine di ogni cosmogonia, principio vitale della psiche ed eroica potenza, sangue e satana, vita e morte, urla accanto al suo polo opposto, il Blu, meditativa tinta del divino, quiete ed armonia, e all’estremo, regressione e mesta chiusura.
E il risultato è un rapimento, un senso di profondo e ripetuto struggimento nostalgico di fronte allo slancio verso l’eterno che accarezza le tele di Palumbo e gli occhi degli uomini dipinti, creature mitologiche e accese di passione e delicata riluttanza.
Quaranta dipinti, a Firenze, nei quali il colore sostituisce il linguaggio nella sua patria, per un artista che sublima la percezione cromatica in esperienza interiore.

La Nave della Speranza
Comincia da Giaveno il lungo viaggio verso il mare del pittore Ciro Palumbo.
E quando lo raggiunge, il mare, il pittore delle isole non torna più indietro. Sceglie acqua salvifica per colmare i sensi, inondarli, e ripropone, studiando e scomponendo, ossessioni metafisiche, deliri utopici, in cui è forte l’omaggio al mito greco e si colgono, sempre nuove, le atmosfere dei De Chirico, Savinio, Magritte.
Un racconto velato quello del pittore, perché l’occhio subito intuisce che gli elementi sulla tela non sono casuali, ma ritornano, si inseguono, e nella loro ricorrenza assumono un significato che naturalmente si sublima in favola. Così il riferimento alla metafisica assume piena espressione nel racconto onirico costellato di isole improbabili, architetture distorte, esasperate, assemblaggi di giochi dagli accesi colori; e la matrice personale di Palumbo riveste e lega in veste nuova le immagini mentali donando loro un’identità, una storia che di quadro in quadro si arricchisce e strega con la continuità del C’era una volta. Così nella favola pittorica che è cominciata ma non conosce tempo, in una trama che vibra dietro le pennellate, appare la Nave della speranza, protagonista e sorella dell’altra narrata nel prezioso “Racconto dell’isola sconosciuta di José Saramago. E adesso sembra di vederla quella barca, tradottasi magicamente dalla pagina scritta sulla tela, alla perenne ricerca di un’isola sconosciuta che è insieme mistero e sogno, miracolo nato da tempo immemore e insieme subitanea visione di occhi assetati. Lucente di un’aura magica si libra in volo contro ogni legge di ragione e gravità, colma del carico eccezionale dei balocchi che porgono ulteriore omaggio all’onirico, alla dimensione fantastica e priva di filtri adulti in cui ci culla il pittore-aedo. Innumerevoli vele e palloni aerostatici catturano aria: la Nave della speranza vuole volare, deve necessariamente volare, gonfia di un vento impetuoso che sconvolge e permette, dietro tende che si sollevano d’incanto, di scorgere l’infinito cui anela. Fin dove l’occhio si spinge, non esiste orizzonte privo di isola. Stessa isola o diversa isola, spiata e intravista da angoli opposti; ma è sempre Lisolaimmortale il cuore del dipinto che pulsa potente sulla tela, in quell’incontro surreale tra natura ebbra di vento, e roccia immobile come un monito, incontro che riempie. Poiché, se non nella storia di Saramago, nei dipinti di Palumbo “l’uomo che voleva una barca” quell’isola la vede, la assapora e vi approda, superando per gradi, di tela in tela, la distanza emozionale che allontana il reale dal sogno, che protegge il cuore dallo schianto di fronte al raggiungimento dell’utopia. Così nelle sue tele il pittore la avvicina, Lisolaimmortale, la studia, ci gira intorno, approfondendone angolazioni e cavità, scorgendovi scogli improbabili o Colossei scolpiti in una roccia lucida, in cui conquista il gioco di colore e la struttura che si scompone, crolla in pezzi. In un climax di pathos, la visione sulle tele si esaspera in forme monumentali inquietanti, il cui cupo silenzio è rotto dal movimento di una natura che riscalda l’immagine; cieli e cipressi vivi di passione sembrano voler riconquistare uno spazio sterile, oppure arretrano o lottano, mentre la nave che ha già speso il suo tempo si allontana da quell’isola incupita, smaniosa di un nuovo viaggio, nuovo entusiasmante viaggio. Come il suo Icaro senza ali ma con un’isola per cappello, Palumbo sogna e scompone il sogno, mescola tecnica e concetto, vola e riatterra nel suo atelier di montagna, riempiendo dipinti e occhi di un mare segreto. Che si scopre e ammira nel nuovo show-room sotto la stanza in cui nascono le idee, dove guidati dall’artista si viaggia sulla nave e ci si appropria dei balocchi, ci si sprofonda, da farli cadere. Non solo a Giaveno, il dialogo continuo con il pittore si perpetua e arricchisce sul sito, dove convivono vecchie e nuove isole nell’evoluzione magica e instancabile che appartiene a quest’uomo che ancora ama sognare.

Andrea Diprè

Il mistero scolpito
Le sculture di Ciro Palumbo non solo riescono a contenere in sé una immagine innica e purissima dell’esistenza, ma, ecco, sulle ali delle loro fascinazioni favolose e sognanti, propongono, di bel nuovo, il moto più arcano e sacro dell’esistere; quello proprio alle cellule più tenere e mute; quello proprio al sangue più sacrificale e ardito. Non basta loro restare lì, fiori di una bellezza che non ha riscontri e soprattutto rapporti con nulla di quanto oggi l’arte ci mostra; esse dichiarano di volerci ancora parlare.
Certo, Palumbo è indubbiamente un sognatore, un esploratore marziano.
I suoi viaggi e le sue isole appartengono più agli Dei, o al Mito, che al destino degli uomini. E come tutti i sognatori e gli aristocratici agrimensori extraterrestri egli è pavido del risveglio in una troppo palese, troppo amara, troppo nota realtà. Ma è altrettanto certo che Palumbo sa al momento opportuno determinarsi, e padroneggiare perfettamente le immagini sognate. La sua scultura nasce adulta e agguerrita, senza incertezze, dominata dalla quasi prometeica volontà di afferrare l’inesprimibile. Il mistero scolpito nella grana di un richiamo che sibila silenzio visibile trasferendo l’ombra dentro un teatro di nostalgia. Risonanze di vibrazioni sulla chimica del tempo, la bellezza prende corpo nel richiamo di un sosia spettrale più antico. Un luogo impenetrabile come la spoglia cella di un tempio è la camera oscura di arcane apparizioni di volumi d’ombra. Nell’opera scultorea di Palumbo, un mare di irrealtà attendono i relitti preziosi di un naufragio lontano nel tempo. La risacca ci regala frammenti di passato ineludibile. Archeologia immaginata, quella del formidabile artista piemontese, trasformata in speleologia degli anfratti del corpo umano. Il suo ricorso allusivo a un passato che ritorna lo porta a contemplare una bellezza che non sfiorisce, è come una muta, una pelle abbandonata, che non sboccia, è sbucciata, come l’ennesima reincarnazione del tempo. La modernità “classica” di Ciro Palumbo viene, dunque, da lontano, dai primordi, o dagli archetipi; ed è lui, anzi, il responsabile di un’idea fondamentale, quella secondo la quale il Moderno non può che avere un cuore antico, non può che rilanciare nel futuro più vicino le istanze del passato più remoto. L’idea, ancora umanistica, che ha guidato gran parte del XX secolo, secondo la quale il destino dell’uomo può essere felice solo se si accorda con i principi assoluti che indirizzano, da sempre, i suoi desideri e la sua ricerca di verità. Non c’è civiltà che non abbia innalzato i propri totem, e se la nostra non saprà farlo con la qualità e l’altezza dovute, quello sarà il primo segno del suo fallimento. Ecco il messaggio anticipatore trasmessoci da un artista, Ciro Palumbo, che vive nell’eternità, per rispondere alle domande di un tempo senza ormeggi e forse senza grandezza.

Morte a Venezia, una scoperta per l'anima
Ciro Palumbo come Luchino Visconti. Anch’egli, infatti, come il grande regista, è riuscito a varcare la soglia delle sensazioni e degli stati d'animo del protagonista Gustav Aschenbach che riflettono i grandi e misteriosi temi dell'esistenza: passioni che si intrecciano, si contrappongono, si annientano a vicenda.
Guardando le opere dell’attento ed evocativo artista di Giaveno si capisce tutto. Sul vecchio compositore Aschenbach aleggiano morte e tristezza. Tristezza, perchè avverte il proprio decadimento fisico e spirituale e morte perchè conosce la verità sulla terribile pestilenza che affligge Venezia. A lui si contrappone il personaggio di Tadzio, che rappresenta in un certo senso il suo opposto: la bellezza asessuata naturale e assoluta che con forza si impone su tutto. Il musicista, ossessionato dal dissidio tra arte e vita si innamora del giovane che incarna la perfezione e per questo non dice alla famiglia polacca di lui del pericolo imminente che li sovrasta, per non privare se stesso della visione di Tadzio, unica capace di sconfiggere malattia e morte. Le opere di Ciro Palumbo, artista abituato a smentire il tempo attraverso le sue presenze rituali, solenni, sottolineano la turpe maledizione della natura, confermando che l’identificazione del vecchio con il suo efebico sosia è già avvenuta, nella sede metatemporale del rapporto tra l’artista e il suo modello: «la dedizione commossa di colui che, sacrificandosi, crea nello spirito il bello, verso chi la bellezza possiede, gli invase, gli intenerì il cuore». Per Palumbo, dunque, l’evento non conosce dimensioni, si autodistrugge. E questa sua circolarità, questa autonomia, alludono esotericamente al dominio iniziatici dell’arte, di cui la morte è antitesi, e simultaneamente, figura. Tadzio, lo psicagogo che conduce all’Ade, rappresenta la vita stessa.
Ma la vita come ipotesi di continuità ideale, non certo di dissipazione terrena. L’accenno al rapporto omosessuale, recepito dalla sfera platonica, risponde infatti alla necessità di sottrarre la bellezza ad ogni servitù biologica. Thomas Mann, che apprezzava Nietzsche e Schopenhauer, trovava in Goethe la sua vera aspirazione e come quest’ultimo tentava di armonizzare i dilemmi di vita e morte, bello e brutto, forza della natura e forza dell’arte ma anche dignità borghese e trionfo degli istinti. Proprio questa ricerca di “armonico contrasto” tra temi violentamente opposti è la vera protagonista delle opere a tema di Palumbo che di Mann, come accadde con Visconti, ne ha percepito l’essenza.

Da dove vengono i miei sogni
Da dove vengono i miei sogni?
E’ la domanda che inesorabile emerge alla coscienza di ogni artista, attanagliato dalla deliziosa ossessione della propria ispirazione.
Da dove viene il soave bombardamento di visioni, suoni, profumi, che attraversano la mia anima? Qual’è il segreto dell’irresistibile forza dell’immateriale che, incurante di ogni attinenza col mondo sensibile, mi rapisce in un folle volo e mi conduce, inibendo ogni più sensata resistenza, in un non – luogo, in un non – tempo, che io sento essere così sincero e così intenso da sembrarmi assai più vero del reale? Da dove vengono i miei sogni, così potenti che mi persuadono a seguirli tralasciando ogni altra attività, e a scoprire con la fiducia di chi si abbandona ad occhi chiusi, luoghi e tempi fantastici, in cui le leggi del reale sono cancellate, in cui convivono passato e futuro, memoria e speranza,
passione ed ironia? Questo sogno è nell’utopia, nel senso greco di ou topoÚ, ciò che non è in alcun luogo, come già avevano teorizzato Platone e poi Tommaso Moro, è uno sconfinato altrove che non esiste, ma che è ovunque, sfuggente per chiunque ne cerchi la forma, e splendente per chi si lascia prendere. Il sogno è come un’isola, separata ovunque dal mare, e perciò non contaminata da tutto ciò che non le appartiene, un’isola che vive una sua propria vita e che compie un suo proprio viaggio, incanto e rifugio per gli uomini, come Delo, l’isola errante dove, secondo il mito, Latona trovò riparo dalle persecuzioni di Era e riuscì a dare alla luce Apollo.
Il sogno è un’isola che ci seduce come il canto delle sirene, che ci invita a partenze e sbarchi, che alimenta speranze, come l’isola dei Feaci, e nostalgie, come Itaca.
“Da dove vengono i miei sogni” è il titolo di una delle più suggestive opere di Ciro Palumbo, pittore quarantenne che vive e lavora nei pressi di Torino. In quest’opera l’artista sembra rispondere, a suo modo, a quest’affascinante interrogativo. Nel dipinto, da una grande tela bianca sbuca una nave carica di oggetti bizzarri e colorati, che entra nel mare ma non lo solca, semplicemente vola verso un paesaggio marino dove tra acqua e cielo si intravede un’isola verde. La tela bianca, sembra dire Palumbo, è la mia porta per il sogno, le mie colonne d’Ercole oltrepassate le quali mi tuffo nel mondo immenso ed immaginifico del sogno, il mondo che con la sua unicità e la sua inafferrabilità è la ragione vivente del mio essere artista poiché mi permette di esplorare e di comunicare i meravigliosi voli della fantasia.
Ciò che sta oltre la tela bianca sintetizza molte delle icone e delle tematiche care a Palumbo: al di là della superficie bianca vi è un paesaggio surreale in cui uno scenario naturale composto da onde increspate, turbinosi cieli, seriosi cipressi su isole, fa da sfondo ad una barca, passaporto verso l’avventura, piena di giochi, simboli, enigmi, sorprese, ironia. C’è una forte dimensione simbolista nelle opere del pittore: la barca, l’isola, i giochi, non sono altro che segni di un’avventura umana ed artistica, che porta il pittore, un contemporaneo Ulisse, all’esplorazione di un mondo immaginario, che prende vita nel momento stesso della sua stesura sulla tela.
Ed è una vita intensa, quella che emana dai sogni pittorici di Ciro Palumbo, intrisa di contrasti che imprimono alle sue composizioni un’alta tensione emotiva.
Tipico ad esempio è l’accostamento tra gli elementi naturali, colti in impetuosi movimenti, ed il nitore geometrico con cui sono raffigurati gli oggetti, tra la ricchezza di sfumature e luminescenze che caratterizza la pennellata dell’acqua, dell’aria, delle foglie, e la purezza e la compattezza dei colori di barche, giochi o libri. E’ una pennellata, quella di Palumbo, che sa descrivere fino all’iperrealismo i protagonisti delle sue visioni: eppure, proprio la maniacale cura del dettaglio, ne esalta l’irrealtà, la dimensione astratta ed onirica. La chiarezza delle linee, gli originali tagli prospettici, l’assenza di protagonisti umani e la raffigurazione degli spazi vuoti, riecheggiano inevitabilmente la pittura metafisica, ma Palumbo reinterpreta la lezione di De Chirico e di Savinio, collocando le sue pitture in uno scenario mediterraneo, quasi un inconscio richiamo alle sue origini partenopee, e conferisce al distacco e all’essenzialità delle scenografie metafisiche una seducente allegria, una vivacità che sprizza dai colori accesi e dai vortici dei movimenti. Si crea poi nei dipinti di Palumbo un’enfasi tutta particolare intorno ad alcuni specifici oggetti, collocati in primo piano nelle composizioni, e valorizzati dalla lontananza e dalla piccolezza di tutto il resto: per esempio, la punta della barca in “Da dove vengono i miei sogni”, che si dirige verso l’osservatore sospesa tra i flutti.
La presentazione degli oggetti in primo piano è come una solenne offerta, sacra ed ironica nello stesso tempo, che impone un’osservazione, alla stregua di quanto accade per gli oggetti reclamizzati nelle pubblicità, intorno ai quali i disegnatori sanno creare un clima di tale meraviglia e seduzione che l’attenzione del destinatario non può che essere irrimediabilmente catturata. Del resto è probabile che tracce del linguaggio pubblicitario siano state assorbite dallo stile di Palumbo che ha operato in questo settore prima di abbracciare definitivamente la sua vocazione pittorica.
L’universo onirico di Palumbo si esprime in un vero e proprio arcipelago di isole favolose (solo per fare alcuni esempi tratti dalla sua imponente produzione: “Il volo dell’isola”, “L’altra isola”, “L’isola volante”, “Non è l’ultimo viaggio”, “L’isola dentro”, “Le isole ci seducono”, “La grande isola”, “La nostra isola magica,” “Il silenzio dell’isola”, “L’isola utopica”, “La nostra isola”, “Un veliero sull’isola dei sogni”, “L’isola dell’amore”, “Il volo di un sogno”), che danzano, volano, si inabissano, e tramandano storie di avventure, di addii, di speranze, di ritorni, di cui il pittore si fa aedo.
Egli per primo si dichiara prigioniero dei suoi sogni (“Mi hai preso l’anima”, “La magia prigioniera”), ingabbiando in cubi trasparenti le sfere delle emozioni e dell’immaginazione, e con la stessa forza ammaliatrice dei suoi sogni inebria l’osservatore trasportandolo nel suo “magico altrove”.
La vitalità delle sue isole misura tutta la distanza di Palumbo dalla celebre “Isola dei morti” di Boecklin; il richiamo più evidente è con “Al centro dell’isola”, in cui l’architettura a semicerchio delle rocce del quadro di Palumbo ripropone la stessa cornice avvolgente del celebre quadro del pittore simbolista. Ma l’atmosfera creata da Palumbo non ha niente del clima spettrale ed inquietante che affascinava il pittore svizzero. Al centro delle isole di Palumbo c’è vita, allegria, spensieratezza.
Le isole sono “microcosmi” in grado di superare non solo lo spazio, ma anche il tempo terrestre: esse sono immortali, come i sogni, e come per magia emergono dalle acque arcate di antichi teatri, atlantidi sommerse cariche di fascino e di mistero (“L’isola immortale”).
Talvolta l’intento programmatico e narrativo si fa ancora più esplicito, come quando il pittore scrive sulla tela alcune frasi, ad esempio “Itaca tieni sempre a mente, ma non precipitare il tuo viaggio”, in cui sembra voler affermare la forza della nostalgia e del desiderio ma nello stesso tempo il piacere di indugiare nell’avventura del viaggio, quasi un “dolce naufragio” di leopardiana memoria.
L’amore di Palumbo per la classicità è evidente, così come il suo riferimento costante ai suoi miti ed archetipi: Itaca, gli Argonauti, Venere sono soggetti dichiarati di alcuni suoi quadri, così come, in altri, c’è un chiaro riferimento ai valori del coraggio, degli uomini navigatori e guerrieri, della raffinatezza poetica, dell’amore.
Ancora più sottile è il riferimento alla condizione dell’uomo come incapace con le sue sole risorse di decodificare ciò che lo circonda, e perciò avvolto da un mondo che
gli appare come insondabile, carico di mistero (“L’uomo del mistero”, “Stanze misteriose”); di qui l’evidenza degli enigmi che popolano la realtà, enigmi ai quali Palumbo sembra alludere con le sue caratteristiche combinazioni di oggetti colorati, che accompagnano sempre i viaggi attraverso le barche e le isole; al pari di codici segreti con cui, come un oracolo, è possibile squarciare il velo dell’impenetrabile. Ma l’amore per la classicità non si traduce mai in rimpianto per un passato ormai concluso o in un calco di modelli di una bellezza insuperata e sacra. I miti e gli archetipi della classicità sono i simboli di quel mondo onirico che è sempre presente nell’uomo e che pertanto rivive in ciascuno nello stesso modo e con la stessa forza, immune al passare dei secoli.
Il passato rivive, proustianamente, nell’esperienza di ognuno e, nell’attimo stesso in cui fanno la loro comparsa antiche scenografie fatte di capitelli, arcate, palcoscenici, compaiono gli antichi personaggi,
eroi, dei, guerrieri, amanti, nelle uniche sembianze realistiche in cui noi contemporanei possiamo pensarli, cioè quelle delle statue umane che loro stessi forgiavano; ebbene, le statue classiche di Palumbo, raffinato esempio di meta – arte, di arte nell’arte, dipinte con una maestria plastica degna di chi ha assorbito in profondità la lezione del figurativo, sono maschere teatrali di drammi in atto. Sono drammi di guerre, di amori impossibili, di lacerazioni interiori, come se le statue fossero i primi attori di film su antiche leggende, immortalati nel momento stesso in cui rappresentano gli eventi. Per questo, le statue di Palumbo sono cariche di un’espressività e di una tensione emotiva che le rende assai diverse, per esempio, dai protagonisti dei quadri del maestro della metafisica De Chirico, esasperando l’umanizzazione al punto da far creare un forte processo identificativo nell’osservatore. Emblematico è tutto il pathos che traspira dal tragico abbraccio tra Ettore ed Andromaca alle porte Scee.
E proprio come in un film, che racconta una produzione fantastica dell’autore, “può succedere di tutto”, accade, nei dipinti di Palumbo che il pathos più estremo viva insieme all’ironia ludica rappresentata dai giocattoli, così come lo sguardo verso la memoria ed il passato conviva con l’illusione di un nuovo sogno, di una nuova speranza. Nelle meravigliose isole di Palumbo esiste ancora il tempo di giocare, di raccontare delle fiabe, e di vivere avventure in cui i nessi logici di causa – effetto lasciano spazio alle libere associazioni mentali e alla sdrammatizzazione che si affaccia ingenua alla nostra fantasia, fin dalla più tenera età, ad esorcizzare la paura dell’ignoto.
Come ad Utopia (il luogo “non – luogo” descritto da Tommaso Moro), nelle isole di Palumbo non si lavora tutta la giornata, ma una buona parte del tempo è dedicata allo svago e al divertimento, e, ad arricchire il cast di presenze fantastiche che animano di sogni di Palumbo, troviamo addirittura barchette di carta, Pinocchio e Peter Pan. Le isole come oasi di beatitudine, illusioni di felicità che trascendono la realtà contingente e che assumono una loro definita identità nella dimensione onirica.
Accanto a Ciro Palumbo, vi è un altro artista per il quale la coscienza catartica del sogno è così chiara da indurlo ad affermare con vigore la verità ed il potere dei sogni: Luca Motolese, in arte Akira Zakamoto, che disegna un mondo in cui astronavi e simboli stellari ci conducono verso pianeti lontani, isole astrali che avvolgono noi abitanti terrestri di luce e di speranza.
Come per Palumbo, tramite per i sogni è l’infanzia: nel pittore torinese richiamata simbolicamente attraverso i giochi, in Zakamoto eletta ad esplicita protagonista delle sue opere come ponte verso un mondo “altrove”. I bambini trionfano nelle opere pittoriche e nei video di Zakamoto: c’è l’innocente ironia, certo, che accompagna la meraviglia di ogni loro piccola scoperta, ma c’è, affermata con assoluta chiarezza, la carica spirituale, il potere trascendente della mente nello stadio infantile, evidente nei fanciullii raffigurati mentre puntano con l’indice in direzione delle stelle, oppure mentre guardano verso l’alto, stabilendo un contatto tutto interiore con le forze celesti. Il bambino di Zakamoto è il “piccolo principe” dell’universo, un angelo dal saggio sorriso che ci lascia guardare il mondo attraverso i suoi occhi grandi e incantati, come nei cartoni animati; occhi fatti solo di purezza e di amore, colpiti dai colori contrastanti (gialli luminosi, rossi smaltati, oppure sbiadite visioni in bianco e nero) e da esaltanti traiettorie, ponti di luce che legano il cielo con la terra.
Non ci sono enigmi per i bambini di Zakamoto, nessun trabocchetto della ragione. Tutto per loro è chiaro e lampante: la storia che ci raccontano è ancora una volta, come nei dipinti di Palumbo, una fiaba, caratterizzata da un rigenerante lieto fine. I bambini ci esclamano (a volte sventolando una bandiera) che esistono delle isole di beatitudine, basta avere occhi per vedere, e saremo rapiti su lontani pianeti su cui trovare rifugio e da cui guardare la terra con occhi diversi.
Nella cultura atzeca, nella quale gli studiosi hanno rinvenuto parecchie tracce di archeologia spaziale, c’è un canto molto suggestivo che esprime tutto lo straniamento di chi osserva la terra come da lontano, come provenendo da altri mondi. Questo canto recita “Si vive forse veramente sulla Terra?/ Non per sempre, soltanto per poco!/ Venimmo solo per dormire,/ solo per sognare./ Non è vero, non è vero/ che venimmo per vivere sulla Terra!/ Ma che cosa può fare il mio cuore, se invano/ venimmo per vivere sulla Terra,/ invano a fiorire?/ Dov’è, o mio cuore, il luogo della vita?/ Dov’è la mia vera casa?/ Dov’è la mia vera dimora?/ Io soffro, qui sulla Terra!/”.
La strada per la salvezza è un sentiero lastricato di stelle, che minuscoli “pollicini” sanno seguire per condurre interi popoli verso l’esodo della speranza.
Molte sono le tracce nella storia della pittura di oggetti volanti, e dell’estrema curiosità che essi hanno da sempre suscitato negli osservatori. Il più famoso è forse l’”oggetto non identificato” nella parte in alto a destra della “Madonna con Bambino e San Giovannino” di Sebastiano Mainardi, nella Sala di Ercole dentro Palazzo della Signoria a Firenze. Ma è abbastanza comune la rappresentazione di oggetti sospesi in aria, specialmente nella storia dell’iconografia della “Natività”. La pittura di Zakamoto si pone in questa scia di pittura “astrale”, qualunque sia il significato, realistico o figurale, che agli oggetti volanti si intenda dare. E’ un’arte che attraverso il sogno ci porta “altrove”, ma le astronavi di Zakamoto non ci guidano verso un mondo al di là del tempo e dello spazio, come le navi volanti di Palumbo. Zakamoto ci indica la via verso altri mondi esistenti ed annuncia che in un futuro, seguendo le orme dei bambini angeli, approderemo finalmente nelle isole dei beati, dove troveremo, nella pienezza dello spirito, una stato superiore della coscienza. Non isole che sbucano dalla magia delle tele di Palumbo, ma pianeti reali, che interagiscono con noi, mirandoci ed accogliendoci in fasci di luce. Mentre Palumbo fa rivivere un antico passato in una dimensione teatrale e gioca nel sogno artistico con ciò che della realtà conosce ed ama, Zakamoto ha lo sguardo rivolto verso il futuro, e ci porta alla scoperta di mondi ignoti e lontani. I nostri occhi rimangono appesi alle loro isole erranti e pianeti viaggianti, e non possono fare a meno di seguirne le evoluzioni e le promesse, utopie o profezie che siano, mentre noi, sedotti ed attoniti, continuiamo a domandarci “Dove mi portano i miei sogni?”, “Da dove vengono i miei sogni?”.

Carla Piro

IL SOGNO DELL'ANGELO

Un leggero brivido aveva percorso dall’interno
la tela, mentre un rapido segno di colore ne solcava la superficie indefinita.
Era l’alba di percezioni inconsapevoli nella figura nascente.
Ogni gesto impresso dall’esterno trovava corrispondenza dentro il quadro.
Non erano ancora sensazioni, perché il tratto lieve abbozzava appena su quel nitore una sagoma femminile dalle ali raccolte.
Il nulla oscuro e sospeso fuori del tempo, in cui ella aveva fluttuato fin ad allora, era stato rotto da impressioni inaspettate e discontinue, sollecitate dal lavorio febbrile dell’artista.
Non vi era coscienza, né chiarore in quell’idea di angelo che fremeva nella mano creatrice; solo percezioni inespresse e non comprese dalla figura in bozzolo, priva di passato .
Via via la forma si andava delineando: mentre il pittore rappresentava l’idea, senza saperlo ne disegnava l’identità, consegnandole una coscienza che per gradi usciva dall’oscurità dei sensi.
Prima un braccio tracciato, poi le spalle, quindi le ali: per l’essere indefinito brancolante nel buio erano brividi e sussulti.
All’improvviso la luce: accecante, calda, terribile che rappresentava - per chi da sempre nel nulla- la soglia dell’ignoto.
Lui proseguiva nel fissarne il volto, i lineamenti, il capo ed a lei si dischiudeva un mondo sconosciuto ed un fermento nuovo.
Finché quello sguardo appena dipinto aveva incrociato gli occhi dell’autore ed una scintilla aveva acceso ambedue.
Ancor più impetuoso il pennello assediava la tela, mosso dall’ansia di tradurre in atto il sogno accarezzato a lungo: dal bozzetto al colore, infine le velature che davano vita al carnato di quell’essere dalle sembianze femminili ed angeliche insieme.
Ed ella, che fino ad allora aveva provato percezioni indistinte, avvertiva sulla pelle ormai definita il tocco di una carezza vibrante, mal tollerando la costrizione di un’universo a due dimensioni.
Sostenuto da un impeto irrazionale l’artista interveniva ancora con luci ed ombre, per conferire realtà illusoria alla forma senza vita. Pennellate impazienti, gesti appassionati e movimenti impulsivi si susseguivano scuotendo entrambi: il creatore e la creatura.
Inaspettata una folata di vento aveva spalancato la finestra distogliendolo dall’immagine; solo per un momento
Poi il battito d’ali: un soffio impalpabile di piume aveva lasciato deserta la tela
Allora egli ne avvertì la presenza
UN BIGLIETTO A/R DALLA REALTA' AL SOGNO …PASSANDO PER LO SHOPPING.
L’atelier di moda apre le porte allo studio del pittore
“Atelier” è una parola che accomuna il mondo dell’arte e quello della moda. Universi per secoli distanti e paralleli nella loro evoluzione, gradualmente sono divenuti contigui sino a rivelare commistioni e contaminazioni.
Le “sculture in tessuto” di Roberto Cappucci sono state esposte nei più importanti musei del mondo (Palazzo delle Esposizioni di Roma, Palazzo Strozzi a Firenze, Münchnerstadt Museum di Monaco, Museo di Vienna e al Palais de la Monnaie di Parigi).
I magazine di arte sono vigili nel cogliere le “tendenze” tanto nel campo precipuo, quanto in quello delle griffe, mostrando grande dinamicità nel seguire la moda.
Il settore dell’arte si rivela il nuovo territorio di investimento economico e d’immagine per Aziende e Fondazioni (legate ai nomi dei grandi stilisti) che, dopo il ruolo di sponsor o partner nel mondo della cultura, se ne fanno ora dirette promotrici (non è passato sicuramente inosservato al pubblico il discusso connubio Trussardi - Catelan).
Mentre progetti culturali, esposizioni ed artisti attingono nuova vigoria economica dalle maison , altri ingegni creativi (Pistoletto, Bourgeois , Rosenquist, Kounellis) mettono a disposizione il loro talento per “firmare “ le collezioni Illy e “vestire” le tazzine del caffè. Insieme a questi fenomeni, segno dell’attuale osmosi dei due àmbiti, vi sono i concept store di moderna concezione: luoghi in cui si celebra l‘incontro fra moda, costume, design, creatività..
Non stupisce, quindi, il tema “Atelier degli Angeli” per la serata-vernice del pittore torinese Ciro Palumbo in una delle boutique più glamour di Pistoia (Barghini Fashion), fra gli abiti di Moschino, di Dolce e Gabbana, Cavalli.
“Il termine “atelier”– spiega l’artista- allude al luogo destinato alla moda, ma anche alla “tana del pittore”, allo spazio in cui egli racconta se stesso, realizzando i propri lavori. Gli angeli, poi, sono un argomento molto caro, al quale sto dedicando gran parte dell’ultima produzione artistica”.
Così lo show room moderno e minimalista si trasforma, allestito con cavalletti, dipinti, disegni preparatori, stampe e scenografie di 2 metri, nell’atelier-studio dell’artista.
Insolito ed efficace l’abbinamento di un abito ad ognuno dei 15 quadri, in base ad accostamenti di colori, temi ed emozioni suggerite da dipinti che sembrano sospesi nel tempo. Le tele popolate di giochi di legno (Pinocchi, trottole, palle), di finestre rivolte verso paesaggi fantastici, di pioppi sopra scogliere ripide, evocano le atmosfere del sogno: incantate ed irreali.
Un piccolo veliero in un mare immaginario, la barchetta di carta all’attracco accanto ad un faro in una nicchia del muro descrive con ironia e dolcezza il tema del viaggio. Un viaggio intrapreso con un “biglietto di andata e ritorno” che realizza il desiderio di evasione (ma anche di esplorazione dall’esteriorità all’interiorità) ed il passaggio reciproco sogno-realtà, attraverso una “soglia” che affaccia su panorami fiabeschi.
Così nell’atelier di moda, il dipinto dal titolo “Partenza” ha avuto come “compagno” un abito sportivo ed una valigia…

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